ADDIO AI FICHI

 

 Dai fichi a buccia nera detti di S. Pietro, alle varietà  San Giovanni, VerdescaNana, Monaca, a buccia verde, sino alle settembrine, nella zona di Sezze le piante sono autoctone e rustiche e non hanno mai avuto bisogno di alcun trattamento antiparassitario o di cure particolari. Tuttavia oggi si assiste ad una preoccupante morìa di vigorosi esemplari ultadecennali, dovuta alla diffusione di un coleottero di origine orientale, il punteruolo nero, che ha già devastato i fichi della Liguria e della Toscana. Purtroppo non sono stati ancora approntati i mezzi di difesa e se non si agirà immediatamente il parassita è destinato a diffondersi velocemente in tutta Italia, non avendo antagonisti capaci di contrastarlo.

 

 Le piante non hanno prodotto nuovi rami, le foglie sono rade e i frutti non maturano

 La morìa delle piante di fichi riscontrata nel territorio del Comune di Sezze, sembra più estesa di quanto si potesse all’inizio immaginare tanto che è estremamente raro, allo stato attuale, trovare nell'area di pianura piante che non siano state attaccate, particolarmente dalla zona dell’ex “Campo di aviazione” sino alla contrada “Palazzo” e alle “Canalelle” dove finora ha dato luogo ad una produzione precoce di eccellenza, realizzando una discreta economia.

Il fenomeno, notato già negli anni precedenti, si è rivelato in tutta la sua gravità alla ripresa vegetativa di quest’anno, con foglie rade e frutti destinati a rimanere nani e privi della consueta consistenza e sapore. Altre piante sono disseccate completamente dopo un fallito tentativo di ripresa vegetativa, in quanto il processo di disseccamento era già iniziato da qualche anno, altre non hanno ripreso a vegetare  dopo la dormienza invernale. A Sezze non era ancora suonato il campanello d’allarme perché, dai più, questa morìa era stata addebitata ai geli del mese di aprile, mentre è risaputo che i fichi sono in grado di sopportare senza particolari danni temperature ancora più basse e tardive, come quelle sopraggiunte nel maggio del 1957 che distrussero persino i campi di grano.

Responsabile del disastro è un coleottero, il punteruolo nero, che da qualche anno sta interessando la Liguria e la zone toscane del Lucchese, del Pistoiese e del Fiorentino. In particolare l'attacco più imponente è stato localizzato nel comune di Carmignano (Prato), famoso per la produzione di fichi secchi, ma esistono segnalazioni del pericoloso coleottero anche in altre regioni, come le Marche e la Puglia. 

 

Il punteruolo nero del fico - Aclees cribratus 

 Il parassita, figlio della globalizzazione come gli altri che hanno devastato le palme, i castagni e gli uliveti della Puglia, sembra sia giunto al porto di Genova dall’oriente con delle piante infette di fico ornamentale e pare capace di attaccare persino i fichi d'india. La sua diffusione è dovuta al fatto che in Italia non esiste ancora un antagonista specifico, capace di contrastarlo.

 

Il punteruolo nero viene così chiamato perchè è munito di una sorta di becco, rostro, mediante il quale scava gallerie alla base del colletto della pianta, dove depone le uova e produce larve che, dopo 10 - 20 giorni fuoriescono e nutrendosi delle radici appena sotto il colletto, consumano e logorano il circuito linfatico, portando l'albero alla morte. Attacca non solo il legno del tronco, ma anche i frutti stessi della pianta, svuotandoli all'interno e provocandone la marcescenza. Tecnicamente è un coleottero appartenente alla famiglia dei Curcurionidi, che se non arrestato in tempo è destinato ad espandersi velocemente in tutto il resto d'Italia e può distruggere l’intero patrimonio  dei fichi, poiché  non ha antagonisti specifici che possano contrastarlo e non c’è una base scientifica certa per poter portare avanti un efficace programma di difesa. Per ora sono stati fatti monitoraggi sporadici ed occasionali da parte di qualche agricoltore ed appassionati.

 

 

                                                Ecco come si presenta una pianta sana e frondosa 

 Le uniche soluzioni adottabili - consiglia l’agronomo toscano Fabio Di Gioia, che sta studiando il fenomeno già da qualche anno - sono mezzi di lotta preventivi, che si basano sulla soppressione meccanica dell'insetto. ( Come si faceva una volta per il tarlo si può introdurre nelle gallerie un ferro opportunamente infuocato) Se la pianta non è totalmente compromessa e si possono disinfettare le ferite con rame e calce, potrebbe essere ancora salvata. Se, al contrario, la pianta è interamente compromessa, essa va tagliata completamente e bruciata, per evitare la diffusione del parassita.

Un altro rimedio sarebbe quello della difesa a mezzo pesticidi ma non è una strada percorribile perché i principi attivi che potrebbero avere una certa efficacia (deltametrina (Decis), clorpirifos-metile (Reldan 22) o il clorpirifos (Dursban)  non sono al momento registrati dal Ministero della Sanità sul fico.

Una soluzione efficace potrebbe essere quella di fare rete comune tra gli agricoltori, sia per un monitoraggio dello sviluppo del parassita, sia per far leva sulle istituzioni pubbliche, spingendole a prendersi a cuore il problema e a portare avanti la ricerca sul punteruolo nero. Sono ancora pochi, purtroppo, i ricercatori che indagano sulle origini e sulle soluzioni da adottare per combattere questo parassita.

 

Pianta gravemente compromessa da una colonia di punteruolo nero, destinata a morte certa 

 Intanto, come Coldiretti Latina sezione di Sezze, ci stiamo attivando presso il Servizio Fitosanitario della Regione Lazio per le misure necessarie, evidenziando le caratteristiche degli attacchi subiti.

Questo aiuterebbe lo sviluppo delle ricerche e nel contempo metterebbe le istituzioni pubbliche di fronte alla necessità di risolvere la situazione e prendere provvedimenti in sinergia con il monitoraggio costante da parte degli agricoltori.

 

 Varietà di fichi a Sezze

Le  “ficora nane”, così chiamate per il loro portamento e non certo per i frutti, sono le più precoci tra le varietà a frutto verde a giungere a maturazione. Maturano prima delle “ficora S. Giovanni” (24 giugno)  e di quelle a frutto nero dette di “San Pietro” (29 giugno).

Le “ficora monache” si distinguono dalle nane per portamento più alto e per il frutto di colore verde chiaro. Sono anche chiamate in gergo “bianche” o “lazze”, come le monache di clausura dell’ex locale convento delle Clarisse.

La verdesca dal cuore rosso 

Tutte queste varietà danno un secondo raccolto a Settembre, ma in questo mese i frutti si presentano mediamente con pezzatura più piccola, quindi adatti anche per la produzione di fichi secchi, come le altre varietà settembrine denominate “Verdesche”,”Sauci” e “Figoronghia”. Quest’ultima è chiamata così per i frutti che sono grandi quanto un’unghia.

 

 Le gustose e dolci "ficoronghia"

Sui singoli alberi è possibile innestare più varietà di fichi, una pratica assai frequente in passato soprattutto nel territorio superiore della vallata di Suso, quando non si disponeva di grandi spazi e si desiderava godere più a lungo della disponibilità dei dolci e deliziosi frutti.

 

 Fichi messi ad essiccare al sole per farne fichi secchi

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AGRICOLTURA E PAESAGGIO: GLI ASSET NELLE NOSTRE MANICHE

 

L’unico modello vero per la nostra agricoltura, è quello che guarda inizialmente gli interessi generali della collettività e in questi trova le condizioni per fare quelli particolari dell’ impresa. Guardare agli interessi generali significa collocare in cima ai valori il paesaggio, la qualità dell’ambiente, la sostenibilità, la coesione e la sicurezza sociale ed alimentare.

 In cima sta soprattutto il ruolo dell’agricoltura come produttore di un bene comune qual’è il cibo nel nostro paese, nella nostra Regione e nel mondo, senza dimenticare mai che si tratta di un sistema di imprese e, pertanto, deve produrre reddito perché altrimenti muore.

Il concetto di paesaggio è assai profondo e non riguarda solo le bellezze del paese ma anche la felicità delle persone che lo abitano, lo vivono e vi lavorano, riguarda la loro memoria.

Quindi, come poter parlare di paesaggio a Sezze, senza parlare di Agricoltura? Come parlare di paesaggio senza poter parlare del centro urbano? Questa visione del paesaggio ci riguarda nell’intimo e fa parte della nostra identità, non è solo un fatto estetico, ma trova il suo nesso nella salute dei cittadini, intesa come quella del corpo e della mente.

Così, come bere l’acqua inquinata danneggia la salute del corpo, allo stesso modo vedere un paesaggio e le nostre bellezze storiche ed artistiche che vanno in rovina per la cementificazione, gli abusi, gli scempi, le discariche abusive ed inquinanti, rovina la salute della mente, danneggia per primi noi stessi e la nostra memoria, ci dà la consapevolezza che un territorio ferito non giova a nessuno.

Non per niente paesaggio e cultura sono diritti del cittadino, stabiliti dall’art. 9 della Costituzione e quindi da tutelare.

La terra è un bene di tutti e non tutte le sue risorse sono rinnovabili; il messaggio forte da trasmettere alle nuove generazioni è quello di avere amorevolezza per la terra, non già distruggerla come si è fatto sinora.

La politica che non parla a sufficienza di questo bene preziosissimo che è la terra, è una politica strabica e vedere solo l’aspetto di come farla fruttare in termini  propagandistici, senza pensare che è un patrimonio straordinario di tipicità, economia e sostentamento, è estremamente  becero.

Bisogna fermare la situazione drammatica di rubare territorio all’Agricoltura e al paesaggio, di cominciare a ragionare sulle funzioni dell’agricoltura, che non è solo quella di portare  quattro carciofi alla Sagra, ma è una risorsa immensa da troppo tempo  trascurata.

Si può creare economia curando il territorio, mettendolo in sicurezza  sia sotto il profilo del rischio sismico che di quello idrogeologico, perché sono problemi che dovrebbero preoccuparci e le recenti drammatiche vicende ne hanno evidenziato e testimoniato l’importanza.

Abbiamo una realtà impressionante di bellezze che stiamo distruggendo, un territorio interamente vocato ad un’agricoltura di eccellenza e non riusciamo a comprendere come questa sia la nostra miniera, l’asset nelle nostre maniche per uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile.

Il grande Pasolini diceva che quando questo Paese perderà i contadini, non avrà più storia. Contadini ed artigiani, dico io !

Stiamo andando a tappe forzate e l’assurdo è che abbiamo una situazione mediatica impressionante, perché su ogni media, su qualsiasi televisione che si accende, in qualsiasi ora del giorno e della notte, c’è qualcuno che parla e parla alle prese con  padelle e casseruole. Ma se poi mancano i contadini che coltivano, producono e  curano il territorio, di che cosa si parla ?

Se continuiamo a devastare ed inquinare il territorio, come sarà domani  l’avvenire nostro e dei nostri figli ? 

 

 

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AGROALIMENTARE: ETICHETTE A SEMAFORO

 

 

 

 Le iniziative di alcuni Paesi europee sui “semafori”, alcune già messe a punto, altre in fieri, sono un campanello di allarme che non possiamo trascurare. L’Unione Europea deve intervenire per impedire un sistema di etichettatura che finisce per suggerire paradossalmente l’esclusione dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta.  L’idea che andando in giro per l’Europa, con uno stesso prodotto, il semaforo possa assumere colorazioni diverse a seconda del paese che lo ospita, ci appare senza dubbio paradossale nel funzionamento di un “mercato unico”.  

In più, l’idea che i sistemi di segnalazione al consumatore possano essere adattabili su base nazionale, peraltro in assenza di un quadro comune di riferimento, lascia potenziale spazio a comportamenti opportunistici dei singoli Stati membri, i cui specifici interessi economici potrebbe influenzare l’architettura dei sistemi di classificazione delle qualità nutritive e salutistiche dei prodotti agro-alimentari. 

Con l’intenzione di promuovere una maggiore responsabilizzazione del mercato verso il consumatore e consapevoli che questo obiettivo può essere garantito innanzitutto promuovendo regimi nutrizionali condivisi, trasparenti e non distorsivi, nasce a Bruxelles l’’’Alleanza europea contro i sistemi di etichettatura a semaforo” tra Coldiretti e Federalimentari, in primo luogo per chiedere all’Europa di intervenire attivamente, definendo un quadro normativo adatto a garantire maggiore trasparenza e univocità sul territorio europeo. Poi per promuovere le soluzioni più adeguate per soddisfare il bisogno di un’informazione sempre più dettagliata e leggibile da parte del consumatore. 

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  De.Co. – Per fare che?

 

 

A parte tutte le considerazioni già espresse sulla inopportunità di anticipare la Sagra a quindici giorni prima di Pasqua, va sottolineato che durante il suo svolgimento sono state consegnate, ai produttori agricoli partecipanti, le attribuzioni De.Co.  (Denominazione Comunale).

L’utilità di questo marchio è chiara solo all’amministrazione comunale, molto meno agli espositori, che lo hanno considerato come un attestato di partecipazione; in realtà il suo valore non si discosta di molto.

Le De.Co. sono l’idea di una valorizzazione del territorio che poteva trovare una sua giustificazione prima della globalizzazione dei mercati, quando nacque ad opera di Luigi Veronelli, non ventisette anni dopo.

Oggi, senza un controllo preventivo alla fonte, del quale i Comuni sono incapaci, le De.Co.produrranno più danni che utili, poiché verranno a legittimare come produzioni locali anche quelle di dubbia provenienza, attualmente spacciate sul territorio, favorendo di fatto le agromafie, i furti di identità, le falsificazioni e gli inganni verso i consumatori e i produttori. Tutti crimini contro i quali Coldiretti si sta battendo da anni, anche con presidi sul territorio, rappresentati da Mercati, Punti vendita e Botteghe di Campagna Amica.

Forse l’Amministrazione comunale starà in buona fede e magari, non disponendo di personale qualificato, pensa davvero di riuscire a tutelare con questo marchio le eccellenze territoriali che rischiano di scomparire dalla nostra tavola, tuttavia non riusciamo a comprendere le ragioni per le quali ha sempre rifiutato l’apporto costruttivo offerto da professionisti del settore, in particolare da Coldiretti, che si è sempre dimostrata disponibile e propositiva, avendo a cuore lo sviluppo del territorio e dell’agricoltura.

Così, con questa forma di gestione autocratica del territorio, il carciofo, che costituiva una grande risorsa economica per il paese, è diventato il ritratto decadente di un’agricoltura che non c’è più.

Anche quest’anno ha fatto registrare una ulteriore e significativa contrazione delle superfici, passando dai circa sessanta ettari della campagna precedente, a qualcosa come 40 ettari; briciole rispetto ai 1500 ettari di cui disponeva nel 1970, anno della prima Sagra.

Ma, in sintesi, cosa sono le DeCo ?  Innanzitutto va sgombrato il campo da equivoci: non sono un marchio di qualità, quindi nessun produttore si aspetti da tale attribuzione di spuntare sul mercato qualche centesimo in più dai suoi prodotti. 

Il fenomeno delle De.Co. nacque a seguito della legge dell’8 giugno 1990 n. 142 che consentì ai Comuni la facoltà di disciplinare, nell’ambito del decentramento amministrativo, la valorizzazione delle attività agro-alimentari ed “artigianali” presenti nelle diverse realtà territoriali. Il suo percorso, sostenuto da una proposta di legge dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) non è mai stato lineare e tranquillo, ma fu contrastato da giuristi ed opinion leader, soprattutto nella parte che riguarda l’opportunità per i Comuni di legiferare in tema di valorizzazione dei prodotti.

Si arrivò persino ad uno scontro frontale con il Ministero delle Politiche Agricole che la ritenne foriera di equivoci e di confusione ed ancora oggi è incompatibile con i marchi europei di qualità e tipicità DOC, IGP, DOP, di cui anche Sezze gode. Laddove esistono questi marchi europei, le De.Co. sono passibili di sanzioni ai sensi della normativa che espressamente tutela le indicazioni geografiche.

Vi furono lunghe diatribe, persino se si doveva chiamarsi De.C.O. con tre puntini (Denominazione Comunale di Origine) oppure De.CO. con due puntini, (Denominazione Comunale) ma si arrivò all’acronimo finale De.Co. che non è un marchio di qualità, ma un’attestazione o delibera con cui una determinata amministrazione comunale censisce e registra un prodotto, un piatto, un sapere o una tradizione, che identifica la Comunità di appartenenza.

Oggi, a 27 anni dalla nascita, le De.CO. hanno avuto un discreto successo solamente in una decina di Comuni italiani, mentre sono diverse centinaia le delibere comunali De.Co. rimaste sulla carta, come magnifiche idee di valorizzazione teorica del territorio che non si tradurranno mai in un vero marchio comunale.

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PARERE DEL MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI SULLE De.CO.

 

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2 Aprile 2017 – Sagra del Carciofo: Una primizia anzitempo             

 

  Lo stadio medio dei carciofi di Sezze a 20 giorni dalla Sagra   (Az. Agricola Del Duca)

 La Sagra del Carciofo, è stata sempre storicamente organizzata dopo Pasqua, con due sole eccezioni, quest’anno e nel 2011. Allora la festività cadde il 24 aprile e la sagra nella settimana successiva sarebbe stata troppo tardiva. Ma quest’anno perchè la Sagra è stata così tanto anticipata, nonostante i geli di gennaio abbiano ritardato la produzione ?  Forse chi organizza la Sagra, ha pensato che la produzione locale ha perso di importanza e se ne può fare a meno?

La verità è che la settimana dopo Pasqua, la maggioranza che governa Sezze ha tutt’altro da fare ed è impegnata al Santuario di Lourdes, non per un improvviso quanto inaspettato fervore religioso, ma per magnificare se stessa e l’Associazione della Passione di Cristo, ancor non paghe delle riprese in Mondovisione del venerdì santo. 

Senza voler aprire un altro capitolo, seppure significativo di come certe esteriori e costose performance, stiano più a cuore rispetto agli interessi generali della collettività, non è affatto vero che la Sagra si può fare quando fa comodo.

Esiste una stretta correlazione tra l’arrivo della primavera (quindi dei carciofi) e le festività pasquali, che sta a sottolineare come tutto l’universo obbedisca a delle leggi universali che la dimensione culturale umana non può né ignorare né modificare, che la primavera non arriva con l’equinozio del 20 marzo, bensì al compimento di alcuni cicli lunari che si concludono a Pasqua, determinandone il giorno la domenica.

Anche la saggezza popolare  “ Il meglio ciòcco, riposalo per Pasqua” sta a suffragare  questa eterna realtà.

La natura e le piante hanno dei ritmi  propri  ed immodificabili  rispetto alle attività umane e  l’agricoltura, ha da sempre dovuto fare i conti con il tempo immutato delle stagioni, con lo spazio fisico della terra, con l’energia libera del sole e della luna. Forse per questo ha saputo custodire, meglio che altrove,  quei  geni preziosi,  che il mito transgenico della globalizzazione  senza regole e  del “tutto, subito e ovunque”, ha fatto perdere ai più, causando prodotti tutti uguali ed omologati, come le ciliegie a Natale, i carciofi a gennaio, i cocomeri a Pasqua e svuotando di significato valori come stagionalitàterritorialità e specificità dei prodotti.

La Sagra del Carciofo, oltre ad essere una festa paesana, dovrebbe proprio rammentare e trasmettere questi valori, che noi di Coldiretti stiamo portando avanti con forza anche qui a Sezze, con i Mercati di Campagna Amica. 

Se qualcuno pensa che per fare la Sagra non è più indispensabile che i carciofi crescano a Sezze, a questo qualcuno è bene ricordare che se la gente viene nel nostro paese non è solo per dilettarsi con una festa paesana, in un folklore che degenera nella musica rock , ma per riscoprire sapori autentici, profondamente legati al territorio che li ha generati, alla cultura che li ha prodotti, all’ambiente che li ha alimentati.

Sono questi i valori primari che occorre tutelare e difendere se veramente sta a cuore Sezze, la sua agricoltura e la sua economia, in un mondo che è sempre più artificiale, in cui anche i carciofi sono cambiati perché ne è stato manipolato l’aspetto e il sapore: ibridi da trenta capolini a pianta, tutti uguali, tutti viola, tutti belli, ma tutti sciaguratamente insipidi.

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         RECUPERATO L’ANTICO CECUBO DEI ROMANI

 

          Confronto tra un grappolo di cecubo (a sinistra) e di uva fragola

 

 

L’esame molecolare eseguito al CREA-VIT di Susegana (TV) dalla dott.ssa Manna Crespan su presunte viti di cecubo setino, raccolte sul territorio dal presidente della Sezione Coldiretti di Sezze, Vittorio Del Duca, ha permesso di individuare l’autentica vitis setina, quasi del tutto estinta e allo stato di reliquia.

I campioni di vite, ognuno proveniente da vigne con storie diverse, erano stati avviati  all’esame del Dna attraverso l’ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo ed Innovazione dell’Agricoltura del Lazio) che ha reso noti i risultati con largo anticipo sul previsto.

Purtroppo, erano in molti a Sezze a credere di conservare ancora questo antico vitigno, ma le analisi molecolari hanno rivelato che nella maggior parte dei casi si tratta di ibridi americani produttori diretti (Jacquet, Rosette, Seibelle 1000) introdotti  forse a fine Ottocento per contrastare l’azione dannosa della fillossera. In altri casi si tratta di interessanti ed antichi vitigni autoctoni già iscritti nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite (Lecinaro, Piedirosso, Grero, Montepulciano).

Soltanto un campione è risultato dall’analisi essere l’antico cecubo dei romani e la sua storia è particolare in quanto è stato reimportato sul territorio dal Caecubus Ager di Fondi, cioè dal luogo in cui Appio Claudio il cieco, nel 312 a. C., durante la costruzione della via Appia, trovò l’antico vitigno che prese il suo nome. Cecubo deriva infatti dall’unione delle parole latine “caecum” e “ bibo”, vale a dire la bevanda del cieco.

C’è da fare al riguardo quella grande distinzione, molto comune in enologia, che il clima, il terreno, la varietà di vitigno, la località di produzione, le modalità tecnologiche di vinificazione, diversificando il gusto e il valore dei vini hanno fatto sì che lo stesso vitigno assumesse qualità e denominazioni diverse a seconda della zona di produzione. E’ il caso del vitigno cecubo, che trasferito in tempi remoti dall’ager cecubus tra l’attuale Formia e Fondi ai campi di Sezze si distinse per qualità, pregio e celebrità, tanto da assumere la denominazione di “vitis setina” e il suo vino “vinum setinum”

Plinio nella “Historia Naturalis” ci ha tramandato che il “vinum setinum” nasceva “supra Forum Appii”, nel luogo che la tradizione popolare ha chiamato per tutto l’Ottocento “ Pantano Luvenere ”, a ricordo delle vigne di uve nere. E’ a ridosso di questa zona che nel 1982 fu rinvenuto, lungo il tratturo Caniò, il tempio arcaico della dea Giunone. Peraltro nelle immediate vicinanze scorre il fosso delle Uve Nere proveniente dalla collina, quello che la “storpiazione” dialettale ne ha poi tramutato il nome, dapprima in fosso “Uenére”, poi in “Ueniéro” ed oggi in “Venèreo”. (c.f.r. Vincenzo Tufo -Storia antica di Sezze -1901).


La bonifica di Appio Claudio, come le altre di epoca romana, non miravano a sottrare alla palude nuove terre da coltivare, ma solo a liberare la via Appia dalle acque stagnanti per permettere alle legioni romane di poter scorrere velocemente verso sud, al porto di Brindisi, nell’espansione verso oriente.

Erano cioè vie militari e il territorio ne trasse benefici indiretti e solo parziali, per cui la palude tornò ad avanzare e con essa la vitis setina, che da Foro Appio fu spostata verso monte, nelle cosiddette “ terre alte” e nelle colline di Setia a fare da cornice alle ville romane, di cui ancora oggi se ne ammirano i resti.

Cio è descritto molto bene da Plinio (Storie Naturali) che definisce i colli  setini “ vitiferi colles “ e da Marziale che precisa che la vite setina cresceva nei clivi che si specchiano nella palude pontina, cioè nella parte esposta a mezzogiorno. In tali siti, il vino setino raggiunse l’apice della celebrità, tanto da essere annoverato ai primi posti tra i migliori vini italici (“antea coecubum postea falernum” – Plinio). Era il vino diletto di Cesare Augusto e di tutti gli imperatori successivi perché si diceva che facesse bene allo stomaco   ( Vinum setinum Divus Augustus cunctis praetulit ) tanto che per trarne il massimo giovamento, Augusto fece costruire alle pendici della collina di Setia uno dei suoi “palatium”, i cui ruderi sono oggi conosciuti come “Le Grotte”. La tradizione popolare, a ricordo di quel maestoso “palatium”, indica ancora oggi con il nome   “ Palazzo” tutta la fertile campagna prospiciente i ruderi.

Per vari secoli, la vitis setina fu al centro dell’economia di Sezze insieme all’olio e ai cereali, e non vi fu quasi poeta dell’antichità che non abbia cantato le lodi al “vinum setinum” e alle sue innumerevoli virtù . Così Plinio, Strabone, Stazio, ma  soprattutto Marziale che ne fu un illustre estimatore, tanto da citarlo numerose volte nei suoi Epigrammi.

Secondo alcuni autori locali, il “vinum setinum” perse le sue antiche caratteristiche di bontà quando i vitigni furono dislocati dalla pianura  al territorio superiore di Sezze (Suso) e non si fecero più invecchiare per diversi decenni come da antica usanza (c.f.r. G. Ciammarucone – Descrittione della città di Sezza – 1641; F. Lombardini – Storia di Sezze - 1909) .

I vitigni di cecubo iniziarono a scomparire dal territorio setino molto probabilmente sul finire dell’Ottocento, quando i vigneti italiani ed europei subirono gli attacchi distruttivi della fillossera e vi fu uno sconvolgimento con l’importazione di vitigni americani (uva fragola in primis) usati come portainnesti.

Ora il vitigno verrà riprodotto e potrà essere valorizzato per ampliare la piattaforma ampelografica locale e regionale, mediante selezione clonale e previa verifica dell’assenza di virosi, nel caso di un reale interesse da parte di cantine locali o di semplici estimatori.

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                              L’OLIVO E L’OLIO NEL TEMPO

 

 

L’olivo è il primo albero selezionato dall’uomo ed è una pianta tipica del mediterraneo. La sua storia è strettamente influenzata dalle civiltà che si sono succedute sulle sue sponde. Era già presente 12 milioni di anni fa, molto tempo prima che l’uomo comparisse sulla terra. Sulle coste del mediterraneo esistono molte varietà di alberi del genere “Olea”. La loro distribuzione è determinata dalla latitudine, dagli ambienti e soprattutto dal clima.

 

7.000 anni fa, dopo la creazione dei primi villaggi di agricoltori, l’uomo seleziona le piante di olivo, impara a potarle ed innestarle e lo fa per generazioni. La propagazione dell’olivo è una importante conquista economica e culturale. Richiede sofisticate nozioni botaniche e una struttura sociale organizzata e solida perché ci vogliono molti anni prima di raccogliere i frutti.

5.000 anni fa,  quando gli abitanti delle più antiche città del mondo inventano la scrittura, l’olio di oliva diventa un prezioso prodotto ed i mercanti attraversano il deserto ed il mare per portarlo nelle città della Mesopotamia e dell’Egitto.  I testi scritti ci dicono quanto e quale tipo di olio è prodotto e distribuito nei templi e nei palazzi.

2.000 anni fa, grazie all’opera dei Micenei, dei Fenici, dei Greci e dei Romani, l’olivo è una delle principali colture agricole del Mediterraneo. L’olio è indispensabile in molti aspetti della vita quotidiana. Milioni di anfore vengono trasportate nel Mediterraneo alle più remote province dell’ Impero Romano.

1400 anni fa, nel periodo in cui San Benedetto fonda l’Abbazia di Montecassino, l’olio viene travolto dalla crisi politica, economica e militare dell’Impero Romano d’Occidente. Alberi di olivo sono coltivati solo attorno ai monasteri o ai centri urbani più importanti. L’olio di oliva è di nuovo caro e prezioso ed è riservato ai riti religiosi o di pochi privilegiati.

Ai tempi nostri, l’olivo è tornato ad essere uno degli alimenti più importanti del paesaggio e delle colture del Mediterraneo. Dal Medio Evo, attraverso i secoli sono nate e si sono consolidate le tradizioni delle grandi zone oleicole di oggi: Italia, Grecia, Spagna. L’olivo e l’olio sono una presenza indispensabile al nostro benessere quotidiano.

Secondo un recente studio di Coldiretti, negli ultimi 25 anni i consumi mondiali di olio di oliva hanno fatto registrare un balzo del 73% , cambiando la dieta dei cittadini in molti Paesi, dal Giappone al Brasile, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna alla Germania.

A sostenere la domanda mondiale sono stati gli effetti positivi dell’olio di oliva sulla salute, provati da numerosi studi scientifici e dai riconoscimenti acquisiti dalla dieta mediterranea, il cui ruolo importante per la salute è stato certificato anche con l’iscrizione nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco.

Nel mondo sono stati consumati complessivamente 2,99 miliardi di chili di olio di oliva nel corso dell’anno, con la vetta della classifica conquistata dall’Italia con 581 milioni di chili, seguita dalla Spagna con 490 milioni di chili, ma sul podio salgono a sorpresa anche gli Stati Uniti con un consumo di ben 308 milioni di chili e un aumento record del 250% nell’arco di 25 anni. 

(Dal Museo dell’Oleificio Carli  di Imperia,  Storico.org,  Il Punto Coldiretti)

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 Broccolo, un sapore genuino dell’alimentazione contadina

 

 Alleato prezioso della salute, è anche versatile in cucina dove diventa protagonista nei mesi più freddi dell'anno

 L’autunno è appena iniziato e con il cambio di stagione anche la nostra tavola si arricchisce nuovi colori e sapori.  Tra i protagonisti di ottobre ci sono i broccoli, alimento antico – tipico dell’alimentazione contadina – e alleato prezioso per la salute, dalle comprovate proprietà benefiche.

Originari dell’area mediterranea e diffusi fin dai tempi dei Romani, appartengono alla grande famiglia della Brassica Oleracea, ovvero le piante conosciute comunemente come cavoli. Le varietà esistenti sono moltissime, così come le preparazioni tipiche regionali ad esse associate, dalle zuppe ai risotti.

Proprietà e benefici

Povero di calorie e ricchissimo di antiossidanti, il broccolo è l’ortaggio anti-raffreddore per eccellenza, visto l’elevato contenuto di vitamina C (superiore perfino a quello delle arance) associato alla presenza di composti sulfurei, che secondo studi recenti, avrebbero un’azione preventiva nella comparsa di alcuni tipi di tumore.

Le fibre, che costituiscono circa il 3% del suo peso, sono responsabili dell’effetto benefico di questo vegetale sull’intestino e inibiscono il senso di fame, mentre le buone quantità di minerali – in particolare ferro, calcio e potassio – contribuiscono al rafforzamento delle difese immunitarie.

Curiosità

I Romani usavano mangiare il broccolo crudo prima dei banchetti affinché l’organismo potesse assorbire meglio l’alcol.

   

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 RIAPRE IL MERCATO DI CAMPAGNA AMICA SEMPRE PIU’ INCLUSIVO E DISTINTIVO

 Giovedì 8 settembre riaprirà a Sezze il mercato di Campagna Amica con i colori e i ricchi profumi che sono il preludio all'arrivo dell'autunno.  Nel nostro paese, come altrove, le abitudini di consumo si spostano sempre più verso i prodotti locali a km zero. Un trend che continuerà a crescere per un tempo indefinito e che dimostra un cambiamento culturale ormai radicato nel rapporto dei consumatori con il cibo.

Il trend favorevole della nuova domanda di cibo locale sta aprendo  nuovi spazi di mercato sempre più evidenti. E con sempre maggiore frequenza si vedono moltiplicare i soggetti che tentano più o meno legittimamente di intercettare questa nuova domanda di consumo con proposte spesse volte solo fintamente “made in Italy”.

Noi, con la nostra rete dei mercati di Campagna Amica siamo forse una delle poche eccezioni. Abbiamo acquistato un posizionamento sicuramente credibile ed importante ma purtroppo non ancora all’altezza delle potenzialità che il mercato ci prospetta, né tanto meno esaustivo delle potenzialità che il tessuto delle nostre aziende può offrire. Ed allora lo sforzo, l’impegno e tutta la determinazione di cui siamo capaci deve andare, ancora con maggior forza,  verso due direzioni.

La prima è quella di aumentare il numero di imprese che partecipano ai nostri mercati, la seconda è quella che ci ha indicato Expò, dove abbiamo verificato che se ai nostri prodotti agricoli abbiniamo la somministrazione di cibo e ci leghiamo eventi culturali, la nostra offerta diventa enormemente più emozionale, e quindi anche più attrattiva.  Ergo, diventa fortemente distintiva !

E noi sappiamo bene che è la distintività la nostra vera forza, quella che ci permette di esprimere tutta la diversità rispetto ai nostri potenziali concorrenti della distribuzione organizzata e del commercio di vicinato. La nostra distintività è un valore aggiunto, per questo il mercao deve essere sempre più attrattivo, coinvolgente ed inclusivo, con più banchi, con più tipologie produttive e più attività connesse. Come ? Declinando ad esempio il binomio cibo – cultura con iniziative ed appuntamenti che danno vita a piccoli eventi, magari avvalendosi anche di tuti quei partners  che avendo interesse a legarsi al nostro “brand”  ci amplificano e ci supportano nella loro realizzazione. Pensiamo a possibili  ristoratori di  “Campagna Amica nel piatto”, agli agriturismi  di Terranostra che fanno ristorazione, alle mense scolastiche, alle aziende che producono mezzi tecnici o strumentazioni per l’alimentazione, alla Scuola  alberghiera piuttosto che alle associazioni “no profit” o ai consorzi di tutela…..

 Insomma, pensiamo a tutti quei soggetti che ci conoscono e ci apprezzano e che oggi possono ricavare maggiore visibilità nel creare sinergie con una rete virtuosa come la nostra.

 

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 CROLLANO I PREZZI E SCOPPIA LA GUERRA DEL GRANO

 

 

 Inaccettabile e vergognoso: i prezzi all’agricoltore sono come trent’anni fa, i costi di produzione sono ai prezzi attuali ma il pane è aumentato di 1450 volte rispetto al 1986.

La denuncia è di Coldiretti e fa scoppiare la “guerra del grano” con il blitz  di migliaia di agricoltori nella Capitale davanti al Ministero delle Politiche Agricole per combattere una situazione insostenibile dovuta all’aumento delle importazioni, soprattutto da Paesi extracomunitari, mentre i raccolti nazionali vengono lasciati nei magazzini per effetto di manovre speculative che provocano la desertificazione di milioni di ettari di terreno, e mettono a rischio il futuro di 300.000 aziende agricole e due milioni di ettari di terreno della filiera dei prodotti piu’ rappresentativi del Made in Italy nel mondo, che sono la pasta e il pane.

 

Le quotazioni dei prodotti agricoli dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie speculative che trovano nel Chicago Board of Trade il punto di riferimento del commercio mondiale delle materie prime agricole.

Colpevole è un mercato globale controllato da cinque multinazionali che utilizzano lo strumento dello stoccaggio a fini speculativi. Si tratta di operazioni concentrate nel periodo di raccolta del prodotto nazionale e finalizzate ad abbatterne il prezzo attraverso un’eccesso di offerta di grano “giramondo” che  abbatte i prezzi sui mercati locali con  il grano “cattivo” che scaccia quello “buono”.

Colpevole in Italia è chi ha preferito fare acquisti speculativi di grani sui mercati esteri per produrre pasta e pane che vengono spacciati per Made in Italy. Inoltre, nel caso del grano duro importato dal Canada è noto che la raccolta avviene in settembre e che quindi arriva in Italia già vecchio di almeno un anno.

Colpevole è una normativa europea e nazionale che non impone l’obbligo di indicare l’origine del grano in etichetta.

 
Gli industriali dicono che il nostro grano non è buono perché  è povero di proteine ma dovrebbero spiegarci  come mai scrivono in etichetta “prodotto con grano d’Italia” e non  invece  “prodotto con tutti i grani tranne quelli italiani" almeno mostrerebbero più coerenza e rispetto per i consumatori.

 

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MERCATO DI CAMPAGNA AMICA: UN SUCCESSO ANNUNCIATO

 

Il Mercato di Campagna Amica ha riscosso già al suo primo giorno di insediamento un successo che è andato oltre ogni aspettativa, sia per il gradimento dei cittadini  che  per la soddisfazione dei produttori.  Questo significa che il messaggio di Coldiretti è stato recepito nella sua interezza e dimostra quanto sia forte l’attaccamento e l’amore dei sezzesi verso la loro terra ed i suoi prodotti, sani e genuini.

 

 Tutto ci fa ritenere che anche a Sezze esiste un target di consumatori, maturo e responsabile, che vuole mangiare sano e genuino e a cui  il Mercato di Campagna Amica si rivolge per l’affermazione dei suoi valori  che sono: garanzia dell’origine del prodotto, il rispetto dell’ambiente e del territorio,  la sostenibilità, la tutela della biodiversità, la salvaguardia del lavoro nelle campagne e la salute ed il benessere dei cittadini.

 E’ proprio il caso di dire che Campagna Amica è il luogo ideale dove produttori  e consumatori  coltivano gli stessi interessi, in maniera equa e solidale.

 Già da questa prima esperienza stiamo valutando come adeguare il servizio per renderlo maggiormente rispondente alle necessità dei cittadini.  Tutto sarà più chiaro nelle prossime settimane, quando dall’andamento generale saremo in grado di trarre delle valutazioni e dare risposte più precise ai cittadini, sia per quanto riguarda l’orario di apertura e chiusura che per la gamma dei prodotti offerti  ed  eventualmente per un raddoppio della presenza settimanale.

 Coldiretti ringrazia il Sindaco e l’amministrazione comunale per aver permesso anche nella nostra città la realizzazione del  Mercato di Campagna Amica, che auspichiamo non un punto d’arrivo ma l’inizio di un nuovo percorso di collaborazione, nell’interesse supremo dell’Agricoltura, dei suoi prodotti, delle sue tradizioni e in definitiva dello sviluppo dell’intero paese.

 

 

 

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 VITIS SETINA : IN ATTESA DEL DNA

In attesa di conoscere gli studi sul DNA dei campioni di vitis setina, che  consegnammo all’Università di Udine e Piacenza tramite la Società Friulana di Archeologia, e che si spera di poter conoscere entro la fine di questo anno ( si attende la fruttificazione delle viti), la medesima Società Friulana di Archeologia, a mezzo del dott. Feliciano Della Mora, ci informa sulla prosecuzione degli scavi nella villa romana di Moruzzo (UD) in cui venne rinvenuta la targhetta metallica della vitis setina.

In particolare ci invia il poster di studio (#19804) del DNA eseguito sulle carcasse di 4 bovini di età romana, del genere Bos Taurus, rinvenuti nella villa, nel luogo del ritrovamento della targhetta metallica della vitis, che ha visto coinvolti diverse Università ed Enti di Ricerca:

1)       Istituto di Zootecnia Università del Sacro Cuore di Piacenza (dott.ri Licia Colli, Marco Milanesi, Stefano Capomaccio)

2)       Società Friulana di Archeologia di Udine (dott.ri. Elisa Eufemi e Maurizio Bona)

3)       IGA Technology Services di Udine (dott.ri Eleonora Di Centa,  Alessandro Spadotto,  Slobodanka Radovic, Federica Cattonaro, Paolo Ajmone Marsan)

4)       Facoltà di Scienze Agrarie e Veterinarie, UNESP- Università Statale Paulista di Aracatuba (Brazil)- dott. Marco Milanesi

5)       Dipartimento di Medicina Veterinaria di Perugia (dott. Stefano Capomaccio)

6)       Istituto di Microbiologia- Università del Sacro Cuore di Piacenza (dott.ssa Vania Patrone)

7)       Dipartimento di Scienze Agrarie ed Ambientali, Facoltà di Agraria di Udine (dott.ri Raffaele Testolin e Michele Morgante)

8)       Istituto di Genomica Applicata di Udine (dott.ri  Raffaele Testolin, Federica Cattonaro, Michele Morgante)

Il poster di studio, del quale si allega l’originale (nella consueta lingua inglese), ha il seguente titolo:

Characterization of Ancient DNA from Late Roman Age Cattle of North-Eastern Italy By Next-Generation Sequencing: Preliminary Results                                                                                       

(Caratterizzazione di DNA antico di età tardo romana su Bovini del Nord-Est Italia,  con generazione di sequenza: risultati preliminari)

                                                                               Introduzione

Durante gli scavi in una villa rustica romana del tardo impero, presso il sito archeologico Muris di Moruzzo (Udine), sono stati trovati i resti scheletrici di 4 Bos taurus, la cui morte è riferibile a peste bovina, forse Antrace ( Bacillus anthracis) o peste bovina (morbillivirus). Secondo le ceramiche, anfore e chiodi di ferro rinvenuti, il sito risale all’età augustea dell’impero romano (I secolo a.C.) ed è stato abitato sino al II secolo d.C.                                                                                                                                                                                                          

La villa rustica era una residenza situata in aperta campagna e rappresentava il nucleo di una grande azienda agricola (latifondo). Essendo il centro gestionale dell’azienda, la villa rustica era costituita da diversi edifici (figura 3). I bovini di Muris erano sepolti vicino alle fondamenta delle mura di uno dei piccoli annessi che circondano l’edificio principale (figura 4). Dal momento che gli scheletri erano completi e senza segni di macellazione, è stata ipotizzata come possibile causa di morte una malattia epidemica. Fonti storiche descrivono la peste bovina proprio in quel periodo e probabilmente dovuta al bacillo del genere Antrace o Morbillivirus.

                   Scopo della ricerca:

I)-verificare la presenza di DNA endogeno antico;

II)-caratterizzare i genomi del bestiame romano;

III) verificare l’ipotesi di malattia epidemica

                                                                       Materiali e metodi

Il DNA (ADNA) è stato estratto da denti e tartaro in una struttura di laboratorio dedicata, seguendo rigorosi protocolli per campioni antichi. Segue la descrizione dei procedimenti tecnici utilizzati (NuGen, Illumina MiSeq, ecc),  di cui mi risparmio la traduzione, invitando eventuali  interessati a visionare l’allegato poster.

                                                                                 Risultati

In sintesi, omettendo la traduzione dei procedimenti tecnici utilizzati per la mappatura del Dna antico, si ha che l'analisi con software MEGAN ha confermato che effettivamente si tratta del DNA di Bos taurus, ma ha messo pure in evidenza la (comprensibile) presenza di DNA moderno di origine ambientale (soprattutto microrganismi del suolo, invertebrati, piante e funghi. ( Figura 6).

                                          I prossimi passi del progetto si concentreranno a:

1-      creare una biblioteca di DNA (Sequencing ADNA) su una piattaforma Illumina HiSeq per aumentare la copertura e la profondità e per confermare e analizzare le varianti in dettaglio.

2-      comparare le sequenze di DNA  dei bovini romani (sia nucleare che mitocondriale) con genomi bovini moderni;

3-      Investigare sull'eventuale presenza di agenti patogeni comuni tra bovini antichi e moderni, tramite la caratterizzazione di sequenze batteriche a livello di specie.

 

 

 

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                                             ALLARME CONSUMO SUOLO AGRICOLO

 

 In Europa si perdono, ogni ora, undici ettari di terreno e l'Italia contribuisce per circa 1/5 a questo consumo, con la perdita irreversibile di 6-7 metri quadrati ogni secondo, il doppio rispetto alla media Ue. L’allarme viene dai dati Ispra diffusi in occasione della Giornata mondiale del suolo, l'iniziativa delle Nazioni unite per celebrare questa indispensabile risorsa naturale, reso ancora più importante dalla concomitante celebrazione dell'Anno internazionale dei suoli.
Secondo l’analisi, il 33% dei suoli a livello mondiale è degradato e ci vogliono fino a 1.000 anni perché 2-3 centimetri di suolo possano riformarsi. Il territorio in tutto il mondo è dunque in pericolo, ma il suo deterioramento non è irreversibile.
I suoli sani sono essenziali per la produzione alimentare: il 95% del nostro cibo dipende dalla disponibilità di suolo fertile.

Agricoltura e urbanizzazione competono per l'uso degli stessi suoli: tendenzialmente i terreni a più elevata potenzialità produttiva. Ad esempio, in un solo anno, oltre 100.000 persone hanno perso la possibilità di alimentarsi con prodotti di qualità italiani. Alle radici  del fenomeno c’è soprattutto l'urbanizzazione, insieme all'abbandono della terra.
L'urbanizzazione comporta un declino degli habitat naturali e seminaturali che, inoltre, risultano sempre più frammentati da zone costruite e infrastrutture di trasporto. Il 30% del territorio dell'Ue e altamente frammentato e questo influenza il collegamento e la salute degli ecosistemi, ma anche la capacita degli ecosistemi di fornire servizi e habitat adatti alle specie. La Fao stima che, con questo tasso di distruzione del suolo, ci rimangano solo 60 anni residui per disporre di sufficiente suolo fertile di buona qualità.
Per proteggere il territorio ed i cittadini che vi vivono, l’Italia deve dunque difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile con un adeguato riconoscimento dell’attività agricola che ha visto la chiusura in media di 60 aziende al giorno dall’inizio della crisi nel 2007, secondo un'analisi di Coldiretti. La chiusura anche di una sola azienda agricola significa maggiori rischi sulla qualità degli alimenti che si portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla cementificazione.

 

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                                           COLDIRETTI RASSICURA  SULLE CARNI ITALIANE

 

“Lo studio dell’Oms sul consumo della carne rossa sta creando una campagna allarmistica immotivata per quanto riguarda il nostro Paese – afferma Coldiretti  in un comunicato - soprattutto se si considera che la qualità della carne italiana, dalla stalla allo scaffale, è diversa e migliore e che i cibi sotto accusa come hot dog e bacon non fanno parte della nostra tradizione”. Nel nostro Paese i modelli di consumo della carne si collocano perfettamente all’interno della Dieta Mediterranea, che si fonda su una alimentazione a base di prodotti locali, stagionali, freschi, e che costituisce il segreto della longevità degli italiani, con 84,6 anni per le donne e i 79,8 anni per gli uomini. 
 
Le carni Made in Italy sono più sane, perché magre e non trattate con ormoni, a differenza di quelle americane. Sono ottenute nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione “Doc” che assicurano il benessere e la qualità dell’alimentazione degli animali. E per gli stessi salumi si segue una prassi di lavorazione di tipo ‘naturale’ a base di sale. Non a caso il nostro Paese vanta il primato a livello europeo per numero di prodotti a base di carni “Doc”,con ben 40 specialità di salumi che hanno ottenuto la denominazione d’origine o l’indicazione geografica.
 
Secondo Coldiretti,  a dover rassicurare i consumatori italiani è una frase riportata sullo stesso studio dell’Oms dove si afferma chiaramente che “E' necessario capire quali sono i reali margini di rischio ed entro che dosi e limiti vale la pena di preoccuparsi davvero”.

Altrettanto importante è capire esattamente di quali tipi di carne e di quali sistemi di lavorazione si sta realmente parlando quando si punta il dito contro la carne. Basti pensare agli Usa, dove il consumo di prodotti a base di carne è superiore del 60 rispetto all’Italia e dove l’utilizzo di ormoni e di altre sostanze atte a favorire la crescita degli animali è considerato del tutto lecito.
L’ennesimo falso allarme che non riguarda le nostre produzioni conferma la necessità di accelerare nel percorso dell’obbligo di etichettatura d’origine per tutti gli alimenti. E' questa la vera battaglia che l'Italia deve fare in Europa per garantire la salute dei suoi cittadini e il reddito delle sue imprese.

       

 

 

 

 

 

                                                           L' EDUCAZIONE ALIMENTARE NELLA SCUOLA

 

 Il progetto “Educazione alla Campagna Amica” di Coldiretti raccoglie sempre più adesioni. Sta coinvolgendo oltre centodiecimila alunni degli istituti scolastici di ogni ordine e grado in tutta Italia, che partecipano a lezioni in programma nelle fattorie didattiche e nei laboratori del gusto, organizzati nelle aziende agricole ed in classe. L’obiettivo è quello di formare dei consumatori consapevoli sui principi della sana alimentazione e della stagionalità dei prodotti, per valorizzare i fondamenti della dieta mediterranea e ricostruire il legame che unisce i prodotti dell’agricoltura con i cibi consumati ogni giorno, di investire nel futuro, nelle nuove generazioni, per poter formare gli adulti di domani e sensibilizzarli, al fine di creare una classe di consumatori consapevoli ed attenti.

 

E’ uno straordinario modo per portare l’agricoltura e il mondo rurale nelle vite dei bambini, ma anche per far conoscere ai ragazzi più grandi che si stanno per affacciare al mondo adulto, le occasioni di lavoro e di crescita che da questo settore possono derivare.  L’impegno inizia dai banchi. Fermare la vendita del cibo spazzatura nelle scuole a favore di alimenti locali freschi e sani come spremute, frutta e verdura di stagione, anche da sgranocchiare e in grado di assicurare senso di sazietà e garantire un adeguato apporto idrico, può contribuire a sconfiggere i problemi di eccesso di peso e di obesità.

Attraverso questo percorso, Coldiretti vuole inviare un segnale straordinario a tutta la comunità: partire dai più piccoli dando loro l’importanza che meritano, lasciando un seme che dovranno coltivare con impegno e passione, come fanno gli agricoltori tutti i giorni attraverso il loro lavoro: curare qualcosa di piccolo affinchè cresca sano e buono.

 EDUCAZIONE ALLA CAMPAGNA AMICA  -PROGETTO NAZIONALE  DI  EDUCAZIONE ALIMENTARE PER LE SCUOLE

               

 

I bambini e i ragazzi sono i più esposti al rischio di dimenticare o non sapere che cosa sia la campagna. La terra, i prodotti agricoli, gli animali, il paesaggio agrario rischiano oggi di diventare solo realtà virtuali distanti dalla vita di tutti i giorni.

Il progetto “Educazione alla Campagna Amica” è nato dunque per far incontrare il mondo della scuola e l’agricoltura, sensibilizzando i giovani ai valori della sana alimentazione, della tutela ambientale e dello sviluppo sostenibile, del territorio come luogo di identità e di appartenenza.
Le molteplici attività che si realizzano durante lo svolgimento delle iniziative provinciali aiutano i ragazzi a sentirsi protagonisti di una relazione forte con l’agricoltura ed a scoprire che veramente la campagna è loro amica.

 Gli obiettivi:

INFORMARE SULL’AGRICOLTURA DI OGGI
Tecnologie, professionalità, mercato, imprese, multifunzionalità, prodotti agricoli del territorio.

ASCOLTARE UNA CONOSCENZA ANTICA
La ciclicità della natura, il lavoro manuale, il rapporto con la natura.

RISCOPRIRE LE RADICI DELLA CULTURA RURALE
Visitare i musei della civiltà contadina e dell’attività agricola di ieri, apprezzare l’arte minore e le culture locali.

SPIEGARE I PROCESSI PRODUTTIVI
Allevare gli animali, coltivare i campi, trasformare i prodotti, il tempo dell’attesa, la semina e il raccolto.

CONOSCERE GLI ALIMENTI E I PRINCIPI DI UNA SANA ALIMENTAZIONE
Le caratteristiche dei cibi, mangiare i prodotti del nostro territorio, saper leggere le etichette.

RECUPERARE I SUONI E I GUSTI DELLA CAMPAGNA
Il rumore del vento, della pioggia sui campi, i suoni degli animali, il silenzio, gli odori, i sapori.

INCONTRARE I PROTAGONISTI
Le storie delle donne e degli uomini che hanno scelto la vita in campagna.

CONOSCERE IL TERRITORIO
La storia, la cultura, l’ambiente dei nostri territori, il ruolo dell’agricoltura, i prodotti locali, i cibi e la gastronomia.

EDUCARE ALLA SOSTENIBILITÀ
Conoscere le problematiche dello sviluppo sostenibile (energia e fonti rinnovabili), educare i comportamenti individuali nella vita quotidiana.

Le attività: Coldiretti propone alle scuole una vasta tipologia di attività sui temi di Educazione alla Campagna Amica.

CONTATTI:  COLDIRETTI  Lazio

Via Raffaele Piria, 6 - 00156 Roma (RM)
Tel. 06 4073090 -  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

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                                                     LE TIPICITA’ STAGIONALI  DI SEZZE AD EXPO 2015

 

 

 

 Una giornata esaltante, divertente,  ricca di arte e di cultura del cibo, quella che la Coldiretti  di Latina ha proposto all’Expo di Milano nel Cardo Sud opposto all’Albero della Vita.
I produttori pontini si sono incontrati per tutto il giorno con i numerosi visitatori, che a centinaia hanno condiviso ed apprezzato i momenti  intensi di una lunga carrellata di sapori, profumi ed emozioni che solo la provincia di Latina, in virtù della sua estensione geografica, tra colline, pianura e mare, poteva offrire. Un patrimonio agroalimentare che ha permesso di esaltare sia le prelibatezze dei pesci della costa del nostro mare che le produzioni della pianura pontina, offerte gratuitamente ai visitatori.
Durante la mattinata, al centro dell’attenzione  la mozzarella di bufala, sostenuta da un consorzio costituito ad hoc da Coldiretti Lazio, la Prolab, che associa più di 60 produttori e vanta un fatturato di circa 35 milioni di euro e centinaia di occupati.
Nel pomeriggio degustazioni di pesci sott’olio e fritti al cartoccio, con illustrazione delle caratteristiche del pesce azzurro e delle proprietà organolettiche, un patrimonio di biodiversità  presente in prossimità della costa di Terracina e del promontorio del Circeo. Gli sbandieratori del Ducato Caetani di Sermoneta hanno dato un notevole contribuito all’animazione della giornata.

 


In serata  grande successo delle tradizioni gastronomiche di Sezze, con lo show cooking  del mitico Martufello e la presentazione della “ Minestra Appragacornuti “ e “Le Lacne e fasògli”, con i fagioli “cannellino”  e “borlotti” raccolti a Sezze in località “Canalelle”.
I canti e i balli del gruppo folk Maentino hanno accompagnato a più riprese lo show di Martufello, fino al  momento esaltante in cui si sono uniti a loro, in una sorta di gemellaggio canoro, i “Briganti della Majella” che si erano fermati a degustare le nostre tipicità.
E’ stata indubbiamente un’atmosfera di grandi emozioni, dove il fascino del passato si è coniugato  armoniosamente con il presente, una  “full immersion “nella campagna e nelle tradizioni  contadine di Sezze, che hanno coinvolto tutti i sensi e fatto dimenticare per qualche ora l’eccezionale ondata di calore che ha colpito tutta la Penisola, con il record di temperatura di oltre 40 gradi  proprio all’Expo di Milano.
E’ per combattere ed alleviare le sofferenze del caldo che i produttori pontini hanno organizzato ad Expo, la distribuzione gratuita  di migliaia di  confezioni  di frutta fresca, contenenti  uva, pesche, prugne ed albicocche, provenienti in gran parte da Terracina. Tutti hanno compreso che gli effetti dannosi del caldo si combattono con la frutta e la verdura del periodo e hanno ringraziato per il gesto di  umana solidarietà con cui Coldiretti ha ancora una volta  riaffermato il suo primato di grande forza amica del Paese.

 

           

 

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 LA COLDIRETTI PRESENTA SEZZE ALL'EXPO DI MILANO

 

 L'Albero della Vita, alto 37 metri, simbolo del Padiglione Italia, sponsorizzato da Coldiretti. E' ispirato ad un disegno di Leonardo per il Campidoglio

L'Albero della Vita che caratterizza il padiglione Italia dell'Expo 2015, ispirato a un disegno di Michelangelo, resterà l'opera simbolo di una nuova era del cibo, della produzione e dell'ambiente per l'intero pianeta. Con essa si vuole raccontare e rappresentare la bellezza e la varietà dell'agricoltura italiana, il vero cibo e l'agroalimentare del nostro paese.

E’ un' Italia, quella che Coldiretti schiera ad Expo, fatta da oltre un milione e mezzo di agricoltori autentici, di persone straordinarie che ogni giorno producono il meglio del made in Italy e che sono le radici, il tronco dell' Albero della Vita, quelli che in questi anni di crisi sono riusciti tra mille difficoltà a sostenere l'economia del Paese e lo strategico fronte delle esportazioni. Basti pensare ai risultati del vino, o dei grandi formaggi o dei nostri migliori extravergini di oliva, per i quali Sezze si è aggiudicato il primo  premio nel concorso dell’Olio delle Colline dei Lepini.

Ogni settimana Coldiretti presenterà una regione da conoscere e da raccontare, a Luglio sarà la volta del Lazio e il 7 luglio, con la provincia di Latina, Coldiretti accenderà ii riflettori su Sezze e le sue tradizioni gastronomiche. E quando si parla di Sezze non poteva mancare per colorire la giornata e regalarci un pizzico di allegria, un personaggio diventato il simbolo del nostro paese: Martufello.

L'Expo giunge in un momento in cui il prodotto di eccellenza di Sezze, il carciofo, è terminato da un pezzo ed è veramente un peccato  non poterlo presentare al pubblico internazionale cucinato nelle diverse maniere, ma abbiamo ugualmente consegnato agli chef  dell’Expo, due ricette della ricca tradizione sezzese che i prodotti di stagione di luglio ci consentono: “Lacne e Fasògli” e la “Minestra Appraga Cornuti”.  Si era pensato, in luogo di quest’ultima, alla più nota bazzoffia sezzese, ma la stagionalità è di  rigore, e gli ingredienti della bazzoffia, in particolar modo gli ultimi carciofi dei primi di maggio, quelli non sufficientemente piccoli per essere raccolti come carciofini, sono fuori stagione da tempo.

 La partecipazione di Sezze all'Expo sarà una full immersion nella campagna, che coinvolgerà tutti i sensi: vista, olfatto, udito, tatto e gusto. L’obiettivo è quello di raccontare il legame tra la società italiana e i suoi agricoltori, soffermandosi sul molteplice ruolo che essi svolgono: produttori di beni, custodi della bellezza della campagna italiana e dei suoi paesaggi, delle tradizioni,  innovatori, propulsori delle comunità locali, protagonisti dell’economia e del Made in Italy che crea ricchezza e lavoro per tutti.

padiglione 

                                              ll padiglione di Coldiretti, lungo il Cardo dell'Expo  

 

 

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IMU AGRICOLA : RESO NOTO IL DECRETO CHE CHIUDE LA TELENOVELA

    

Come ci si aspettava, il Consiglio dei Ministri si è riunito d’urgenza, e con D.L. n° 46 del 23 gennaio 2015 ha deciso di riparare alla “non decisione” del Tar Lazio sull’Imu agricola.  In sostanza,  Renzi e Company, con questo decreto hanno in buona parte fatto marcia indietro, rispetto ai criteri altimetrici fissati con il decreto di fine 2014,  ritornando alla vecchie delimitazioni delle tabelle istat.  Hanno prorogato il termine ultimo per i versamenti,  per quanti vi sono tenuti, al 10 febbraio 2015.  In pratica ritornano montani circa 2000  Comuni e parzialmente montani altri 655 Comuni, che avevano perduti i requisiti sulla base dei criteri altimetrici adottati dal contestato decreto del 28 novembre 2014,  finito sul tavolo del Tar Lazio. La novità di rilievo contenuta in questo nuovo decreto è che, all’art 1 comma 2, è stata accolta la proposta avanzata  da Coldiretti, per cui i terreni ubicati nelle aree P, parzialmente montane come Sezze, sono esentati dall’Imu qualora condotti, anche in affitto o in comodato, da coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali (IAP) normalmente iscritti nella gestione previdenziale Inps. Il nuovo decreto fissa altresì i criteri per far fronte al minor gettito d’imposte derivanti ai Comuni dalle nuove norme. Sembra così concludersi, a meno di nuovi colpi di scena, la penosa vicenda dell’Imu sui terreni agricoli, che tanto aveva inasprito gli animi e suscitato proteste corali che, come sappiamo, erano  finite sul tavolo del Tar.

 

 

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                                                IMU AGRICOLA : CAOS SENZA FINE                  

 

 Il Tar del Lazio, entrando nel merito del ricorso presentato dall'Anci contro il decreto governativo che ha istituito l'IMU sui terreni agricoli, lo ha respinto, nonostante l'accoglimento in sede di sospensiva. Contrariamente alle aspettative, il Tar non ha concesso ulteriori sospensive ed ha fatto sapere che deciderà direttamente nel merito dei singoli ricorsi, presentati dai Comuni e dalle Anci regionali.
Ora, per l’Imu  sui terreni agricoli il caos regna sovrano, e a cinque giorni dalla scadenza, stabilita per il 26 gennaio, i contribuenti non sanno ancora se quello che dovranno pagare sia giusto o meno.
La situazione  risulta  parecchio confusa e continua a creare non poche polemiche e malcontenti  e un chiarimento governativo sarebbe, a questo punto, d’obbligo. Ma il Consiglio dei ministri, riunitosi il 20 gennaio, che avrebbe dovuto anticipare le mosse del Tar, ha preferito non esprimersi, aggiungendo alla confusione nuova confusione.
Se esistevano dei dubbi che l’Agricoltura non rientrasse tra gli interessi primari di questo Governo, indaffarato più in poltrone, vitalizi e leggi elettorali, oggi non esistono  più.  L’assoluta mancanza di sensibilità da parte delle istituzioni  verso il settore agricolo è un dato certo:  non si può chiedere ad una categoria  già debole, della quale, peraltro, fanno molti pensionati ex coltivatori diretti con pensione al minimo, di finanziare  il bonus di 80 euro per una categoria altrettanto debole.  
Vorremmo più consapevolezza da parte dal Governo che senza Agricoltura non si esce dalla crisi, ma questa attività sembra lontana anni luce dalle loro “stategie”, siamo abbandonati  a noi  stessi, e sempre meno ci sentiamo  di appartenere a questo sistema e a questa Europa, che premia  delinquenti e mafie,  che  si ricorda di noi quando serviamo per essere usati come bancomat, come merce di scambio,  per  salvaguardare il territorio e la sicurezza alimentare. Non ci siamo mai sottratti alle nostre responsabilità e non intendiamo sottrarci neanche ora, ma il nostro bancomat è scarico e, anche volendo, non siamo nelle condizioni di metterci in coda per pagare l’Imu.
 
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 LA MANO DELLE MAFIE SULL'AGRICOLTURA, III RAPPORTO COLDIRETTI - EURISPES                            

Un business criminale che non conosce crisi, che danneggia produttori e consumatori e che fattura più di 15 miliardi all’anno. Questa la fotografia delle cosiddette agromafie, elaborato nel terzo rapporto da Coldiretti, Eurispes, e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Produzione, distribuzione e vendita sono sempre più penetrate e condizionate dal potere criminale, esercitato ormai in forme raffinate attraverso la finanza, gli incroci e gli intrecci societari, la conquista di marchi prestigiosi, il condizionamento del mercato, l’imposizione degli stessi modelli di consumo e l’orientamento delle attività di ricerca scientifica.

Nel 2014 il giro d’affari della criminalità organizzata nel settore ha toccato i 15 miliardi e mezzo ed è cresciuto del 10% in un anno. Sono 5.000,  solo in Italia, i ristoranti rilevati o avviati dalle associazioni mafiose nei luoghi più prestigiosi delle città; in gran parte catene in franchising, che in pochissimo tempo aprono filiali anche all’estero, grazie alla enorme liquidità che deriva dalle attività criminali. E’ il tipo di affari preferito dalla camorra, mentre cosa nostra predilige aziende agricole, grande distribuzione e mercati all’ingrosso; la ndrangheta si concentra più sulla pubblica amministrazione, attraverso la quale si infiltra nel settore. Così le mafie si spartiscono il mercato, ripuliscono i soldi sporchi e aumentano i proventi.

Affari che passano però anche dalla contraffazione, il web è il porto franco dei falsi prodotti italiani. Per pochi euro si possono comprare polverine per ottenere falsi vini barolo o chianti, acquistare i kit per preparare parmigiano e formaggi dop, tanto per citare alcuni dei prodotti contraffatti più venduti in rete. Ma il sorvegliato speciale, secondo lo studio Coldiretti – Eurispes, è l’Expo 2015 di Milano, dove si rischia l’invasione di migliaia di tonnellate di prodotti alimentari contraffatti o alterati, messi in commercio come eccellenze italiane per un valore che potrebbe superare i 60 miliardi di euro.                                                                      

Tutte le attività illegali trovano il terreno fertile laddove manca la legalità. Occorre perciò andare avanti con tutte le misure necessarie a rendere più trasparente l’intera fiiera del cibo, a partire dall’origine in etichetta dei prodotti agricoli utilizzati in ogni confezione che acquistiamo. 

 

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         IL TEMPIO DI GIUNONE REGINA E IL TRATTURO CANIO'

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 1- Importanza del rinvenimento dei resti del Tempio di Giunone

Il rinvenimento nel  1980 del tempio arcaico di Giunone nel tratturo Caniò, come  ebbe a sottolineare  il prof. Luigi Zaccheo in un suo pregevole articolo del 1985 (Il Comune Oggi – Nov 1985 –anno VII), rappresenta un fatto culturalmente molto importante, perché è il segno della penetrazione più meridionale di Roma durante la conquista del territorio dei Volsci.Con tale articolo il  prof. Zaccheo, oltre ad informare su importanti reperti che erano tornati in luce, notava che se si fosse riusciti a scavare tutta l’area sacra del tempio e a ricomporre in loco le antiche strutture, Sezze avrebbe avuto il pregio di mostrare nel proprio territorio uno dei complessi più antichi del Lazio meridionale. Infatti, se consideriamo che l’area archeologica del tempio dista appena un chilometro dalla via Appia e dal Foro Appio, ed è prossima agli Archi di S. Lidano e alla Torre Petrara  (tomba romana), ci sarebbero  tutte le condizioni per creare un vasto parco archeologico di notevole interesse artistico, un punto obbligato di attrazione per la massa di turisti transitanti nella regione pontina.  “ Il mio augurio – concludeva Zaccheo -  è che lo sforzo ed il lavoro di tante persone ( negli scavi dal 1984 al 1985) abbia l’aiuto e l’incoraggiamento del Comune di Sezze, dell’ Amministrazione provinciale, della Soprintendenza Archeologica, della Camera di Commercio, dell’ EPT di Latina e delle istituzioni culturali, per fare in modo che un così ricco patrimonio archeologico non resti semidistrutto ed in abbandono per anni.”  Sono passati trent’anni da allora, e i timori  del prof. Luigi Zaccheo si sono rivelati una profezia, il tempio di Giunone è rimasto “semidistrutto e in abbandono” all’incuria del tempo e degli uomini, e forse lo sarà per sempre.In questo nostro paese, che ha il pregio di possedere una storia  e una cultura ultra millenaria, non si riesce a far comprendere come le bellezze architettoniche e paesaggistiche, unitamente alla cultura, alle tradizioni e al buon cibo, possano creare una nuova e importante economia, alla stregua di altre realtà italiane che hanno intrapreso con successo questo percorso. L’area archeologica del tempio di Giunone, è rimasta nello stato in cui fu lasciata negli scavi degli anni 80, quando esauriti i fondi che vi furono destinati, fu recintata ed in parte coperta con una pensilina rinviando tutto a tempi migliori. Gli oggetti ritrovati furono condotti nel museo archeologico di Sezze a disposizione della collettività.La pensilina  e la recinzione, ora arrugginita e tagliata in più punti, non  hanno impedito ai malintenzionati di trafugare  nel tempo altri tesori che molto probabilmente si celavano  ancora nel sottosuolo, rubandoci  con essi anche la possibilità di poter aggiungere  importanti  tasselli alla ricostruzione storica e culturale del territorio.

2-Cenni storici sul tratturo Caniò

Unica via di accesso al Tempio di Giunone, il tratturo Caniò era anticamente percorso dalla transumanza del bestiame che  scendeva dai Lepini attraverso le falde del M. Antignana, e raggiungeva la palude nei pressi del Foro Appio. Di questo tratturo non esiste più né il tracciato montano né  quello pedemontano, anche se di quest’ultimo si può ritenere che in epoca remota passasse per le sorgenti di “acqua zolfa” in località La Catena, dove gli animali venivano fatti immergere. Ciò in virtù della funzione sanante dello zolfo per la cura di ferite sugli animali, specificamente sui cavalli, ma anche sugli ovini, ai quali le acque solfuree conferivano un mantello di lana candido e pulito, che costituiva un pregio commerciale ed un valore aggiunto.(1) Una opportunità cui difficilmente i pastori  rinunciavano, e che con ogni probabilità ha dato il nome all’intero tratturo. "Caniò” infatti deriverebbe dal nome latino di persona  “Canius “, che significa uomo dai capelli bianchi o candidi, proprio come il candore che acquistavano le pecore detergendosi nell’acqua zolfa della sorgente della Catena. Gli umanisti ci hanno sempre  ricordato che in greco “to theion” era lo zolfo, ma era anche la cosa divina (divinum): non a caso il verbo theióo significa  “purifico con zolfo, disinfetto”, ma corrisponde anche a «consacro agli dei». Pertanto, lo zolfo era sacro, anzi, era la “cosa sacra” con cui si curavano i mali degli uomini e degli animali, si candeggiavano lana e tessuti, si purificavano le case durante le cerimonie, si preparava la vite ed il vino etc. Dall’area archeologica dei resti del tempio di Giunone, provengono numerosi materiali bronzei e ceramici, fra i quali si distinguono gli ex voto: sia gli anatomici, che rimandano chiaramente a una guarigione richiesta o ricevuta di persone malate, sia quelli riproducenti ovini, bovini e un cavallo: anche qui, si crede, la presenza di animali da pascolo potrebbe non essere casuale, ma legata proprio all’azione benefica delle acque sugli armenti e sulle pecore. E della rilevanza data a questi animali, parrebbero testimoniare pure gli strumenti da lavoro venuti alla luce durante gli scavi: una lama di coltello a mezzaluna per la lavorazione del cuoio, e vari pesi da telaio, evidentemente legati alla tessitura.Gli ex voto di animali  provenienti dagli scavi del Tratturo Caniò sono stati giustamente posti a confronto con altri similari rinvenuti di frequente nei depositi votivi centro-italici, fra i quali vale segnalare il noto deposito detto di Minerva Medica dall’Esquilino, da dove provengono varie statuette di animali da mandria: tori, buoi e pure cavalli oltre che altri animali.(2)

 

                     Il Tratturo Caniò nel versante di via degli Archi (in fondo la via degli Archi di S. Lidano)

 Dalle mappe del catasto terreni di Sezze del 1929, che si rifanno a quelle ancora più antiche del Catasto Pontificio, il tratturo inizia da via degli Archi, a circa 650 metri dal sito archelogico degli Archi di S. Lidano e dirige verso la campagna in direzione sud per meno di 500 metri, quindi curvando  verso ovest attraversa la fossella  della Carrara e va ad incrociare, dopo circa 350 metri, via Murillo. L’accesso in via Murillo è da questa parte  intercluso dall’aia di un fabbricato rurale, ma  può essere all’occorrenza ripristinato perché non vi insistono manufatti.. L’orientamento dell’asse del tratturo nel tratto in cui inizia da via degli Archi, mostra  la sua antica provenienza dalla sorgente dell’acqua zolfa della Catena, anche se tale percorso pedemontano con ogni probabilità è variato nei secoli, specie nelle contese medievali  tra Sezze e Sermoneta, quando potrebbe essersi identificato per buona parte con lo storico stradone dell’Arnarello (ancora esistente e riportato in mappa nelle  immediate vicinanze del tratturo, presso via Archi). Anzi si potrebbe plausibilmente ipotizzare che in un’ era molto antica tale stradone  immettesse direttamente    nel tratturo, raccogliendo le greggi che scendevano dalla parte ad est dell’Antignana .Il tratturo Caniò è interamente in terra battuta e così è sempre stato nei millenni, si presenta molto sconnesso e può essere percorso solo a piedi oppure da trattori o fuoristrada.  Dall’intersezione di via Murillo (circa 800 metri dagli Archi) e procedendo in direzione  sud- ovest verso i resti del tempio di Giunone, il tratturo Caniò scompare dalla planimetria catastale, ma la tradizione popolare lo indica ancora oggi inequivocabilmente  in uno stradone di terra battuta, caratterizzato anch’esso da grossi avvallamenti e percorribile come il primo tratto solo da trattori e fuoristrada, che porta al cuore  della località “Quarto Campelli”   Il tratturo termina alla fossella della Selcichia, ma sino a pochi decenni fa immetteva in via Maina e c’è ancora chi racconta di uno suo sbocco in prossimità del Foro Appio. Le  origini arcaiche del tratturo Caniò, sicuramente una delle prime strade del campo setino, sono testimoniate da una parte degli oggetti rinvenuti negli scavi dell’area archeologica del tempio di Giunone che risalgono al XVI secolo a. C. (età del Bronzo Medio).  Da questi oggetti si desume chiaramente la sua preesistenza sia a via degli Archi che alle altre strade del campo di Sezze, che il tratturo avrebbe attraversato in tempi più recenti, e persino alla stessa via Appia. 

Note 

(1) (2)- Università degli studi di Padova, Dipartim. archeologia-  Atti del convegno, Padova 21.06. 2010 - AQUAE PATAVINAE – Maddalena Bassani: Le terme,le mandrie e Gerione-  Antenor Quaderni 21 .                                                                                                                                                                                                                                

3- I reperti  archeologici del Tempio di Giunone 

Locandina 

Sono documentati  da un cartello posto accanto al tempio negli  scavi degli anni 80 . Si presenta   pressoché illeggibile per essere scolorito ed infranto in diversi punti, forse impallinato da qualche cacciatore annoiato, ma con un po’ di pazienza si riesce ancora ad interpretarne il contenuto. I frammenti  architettonici rinvenuti sono riferibili ad un edificio sacro di ordine ionico databile nella seconda metà del II secolo a. C.  ma edificato su un’area che aveva già una sua tradizione culturale e sociale.

 

Uno spesso strato di intonaco, che almeno in parte era dipinto in rosso, giallo e nero, rivestiva tutti gli elementi architettonici scolpiti sia nel tufo che nel calcare locale. Particolarmente interessante per la storia della pianura pontina sono le due iscrizioni incise nello stucco del fregio e dell’architrave. Quella del fregio commemora la costruzione dell’edificio, forse un portico, da parte di un POSTUMIO ALBINO console, mentre quella dell’architrave ricorda un restauro del pretore LUCIO VARGUNTEIO RUFO.  Sembra che proprio in occasione di questo restauro, l’iscrizione più antica sia stata cancellata, ricoprendo i solchi delle scritte di stucco bianco. Ciò avveniva nella cultura romana ogni qualvolta che  un personaggio si macchiava di una infamia tale da meritare la  " damnatio memoriae ", cioè la cancellazione del suo nome dalle strutture monumentali ( nomen abolendum). L’edificio sacro doveva trovarsi al centro di un santuario nel quale, come testimoniato da un'altra iscrizione incisa su di un ara, era venerata GIUNONE REGINA, protettrice del mondo femminile oltre che degli animali.

 

La grande venerazione di cui godeva questa e forse anche altre divinità del santuario è testimoniata dai numerosi doni votivi trovati durante gli scavi condotti tra il 1984 ed il 1986. Si tratta di ex voto realizzati sia in terracotta che in bronzo e databili tra la fine del IV secolo e la fine del II secolo a. C. teste, mani, piedi, falli, uteri, statuine di offerenti, di guerrieri, di Ercole, ma anche molti vasi in ceramica a vernice nera e in ceramica comune.    

Resti

I resti del Tempio di Giunone Regina  recentemente ripuliti da rovi ed arbusti dalla SPL , società municipalizzata, sotto la sorveglianza della Soprindentenza ai Beni architettonici.                                                                                                                                                                                           

Altri materiali archeologici recuperati hanno rilevato che la frequentazione dell’area iniziò molti secoli prima della costruzione dell’edificio di ordine ionico. Infatti, a circa due metri dall’attuale piano di calpestio sono stati rinvenuti materiali risalenti alle fasi iniziali del Bronzo Medio (XVI secolo a. C.) e ad un livello di poco superiore una grande olla della seconda fase della Civiltà Laziale (IX Secolo a. C.).  

 

 


 

 

 ASSEMBLEA NAZIONALE COLDIRETTI - Palalottomatica Roma

4 Luglio 2013

                                   Un Gruppo di Latina - Autobus 8

Il futuro e il destino dell’Italia passano attraverso l’Agricoltura. Siatene orgogliosi!  Oggi, si registra un profondo cambiamento rispetto al passato, quando la vita in campagna era considerata quasi un sinonimo di arretratezza e di ritardo culturale nei confronti di quella di città. Dentro l’Agricoltura non c’è ancora un reddito adeguato, ma c’è legittimamente quella visione di futuro e di prospettive di fiducia che non c’è negli altri settori: ecco perché aumenta l’occupazione giovanile in Agricoltura, ecco perché le multinazionali agroalimentari arrivano invece che andarsene, ecco perché aumenta il numero di chi frequenta le scuole di Agricoltura. “

Con queste parole il Presidente di Coldiretti Sergio Marini ha salutato ed incoraggiato le oltre quindicimila aziende agricole associate che hanno affollato il Palalottomatica per l’annuale convention di Coldiretti.  

Marini 

                                        Il Presidente Nazionale di Coldiretti Sergio Marini 

 Al centro dell’evento gli effetti di una crisi epocale sui consumi alimentari, sulla perdita di marchi storici del made in Italy, i rischi di frodi, di contraffazioni, degli ogm, ma anche  gli elementi di successo e del modello di sviluppo dell’Agricoltura italiana che è l’unico settore a far registrare un aumento del Pil nelle esportazioni e nell’offerta di lavoro. Sul palco del Palalottomatica sono intervenuti i ministri dello sviluppo economico Flavio Zanonato, il ministro della salute pubblica Beatrice Lorenzin, il ministro dell’ambiente Andrea Orlando, il ministro delle politiche agricole Nunzia Di Girolamo, e prima di loro, protagonisti dell’evento sono stati il Procuratore Giancarlo Caselli che ha relazionato sulle agromafie, Renzo Arbore per l’agricoltura sociale, il Presidente di Federconsumatori  Rosario Trafiletti e il Direttore generale di Iper (mercati FAI) Stefano Albertazzi, che hanno portato  le loro testimonianze sui temi al centro dell’edizione 2013 dell’Assemblea Nazionale di Coldiretti. 

 

                                                  Il Palalottomatica colorato del giallo Coldiretti

 Di particolare rilievo gli impegni presi dal Ministro delle Politiche Agricole Nunzia De Girolamo  che in conclusione ha sottoscritto tutte le proposte di Coldiretti. La contrarietà agli Ogm, per  valorizzare la nostra biodiversità,  è stata una tesi sostenuta da tutti e tre i ministri intervenuti ed interessati alla firma della clausola di salvaguardia per vietare in Italia la coltivazione di Organismi geneticamente modificati.

 

                                        Il Ministro delle Politiche Agricole Nunzia Di Girolamo

Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin  ha tra l’altro annunciato la sua intenzione di “presentare presto in Parlamento un disegno di legge per valorizzare il 'km zero'”,  mentre il Ministro all’Ambiente, Andrea Orlando,  ha affermato: “noi siamo contro gli Ogm, perchè non vogliamo che il nostro paese diventi troppo simile o uguale ad altri paesi” L’abolizione dell’Imu agricola, sostenuta con forza e “sino alla morte” dal ministro Nunzia Di Girolamo rappresenta  un vero riconoscimento del ruolo ambientale, sociale e culturale del settore agricolo, il riconoscimento di quei beni comuni che l’Agricoltura produce (cultura, tradizioni, storia ecc) ma che nessuno paga, il riconoscimento di beni strumentali che nulla hanno a che vedere con una tassa che dovrebbe intaccare i patrimoni.

 

                                                 Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin

 La semplificazione della burocrazia è stata sostenuta anche dal Ministro dello Sviluppo Economico Flavio  Zanonato e della Salute Beatrice Lorenzin  e rappresenta una delle  priorità perché gli agricoltori passano più tempo sulle carte che a lavorare la terra, e perché troppo spesso sono abituati a semplificazioni e poi a semplificazioni delle semplificazioni che portano infine a delle complicazioni ingestibili. L’Assemblea si è  conclusa con il saluto del Presidente Marini che ha invitato i presenti a prendersi le proprie responsabilità, nel dare ognuno il proprio contributo a migliorare il paese che amiamo, l’Italia che vogliamo.

 
  Il Segretario di zona  Coldiretti  del comprensorio Sezze - Pontinia - Sabaudia  PAOLO MARCHETTI
 
 
 
 
 
                                                                       Foto di gruppo