LE ANTICHE CISTERNE DI RACCOLTA DELL‘ACQUA

 Un modello che la crisi idrica sta riportando di attualità, non solo per l’uso domestico ma anche per alimentare piscine ed irrrigare aiole.

                                                                 LA FONTANA DI PIO IX  

La posizione collinare di Sezze e la relativa lontananza dalle sorgenti, hanno sempre rappresentato un ostacolo all’approvvigionamento idrico, almeno sino al 1866, quando Pio IX , su progetto dell’ingegnere Armellini, fece zampillare per la prima volta l’acqua nel paese, in piazza De Magistris.

L’acqua giunse a Sezze per caduta e  per ferreos tubos dalla sorgente di Monte S. Angelo nel Comune di Bassiano, distante sette chilometri.

La fontana di Pio IX, alleviò notevolmente le condizioni igienico sanitarie della città, alle quali  la popolazione aveva da sempre cercato di rimediare in diversi modi. Primo tra tutti la costruzione, ai piani interrati, di grosse cisterne in muratura per la raccolta delle acque piovane, che vi confluivano dal tetto dell’abitazione, a mezzo di tubi di rame o in lamiera zincata.                                               

Le pareti della cisterna erano intonacate con malta cementizia impermeabile per evitare dispersioni e sulla sommità, un tubo o un canaletto aperto di cemento, con pendenza verso la via pubblica o nella fognatura, fungeva da livello, impedendo alle acque piovane particolarmente abbondanti di tracimare ed inondare il piano terra. 

Le cisterne erano chiuse sulla sommità da una volta. Una piccola apertura, per lo più rotonda, protetta da un parapetto circolare in muratura, simile a quello dei pozzi, permetteva di calare un secchio a mezzo di una funicella per prelevare l’acqua.                            Avevano una capacità variabile dagli 8 ai 30 metri cubi, ma l’acqua, pur prestandosi a tutti gli usi domestici, era preferibile non berla.   

                                                                                                                                           Così prima che l’acqua della sorgente di Monte S.Angelo zampillasse nella Fontana di Pio IX, le nostre nonne scendevano dal paese verso le fonti più vicine, con conconi di rame o con arciole in terracotta, portate abilmente sulla testa e poggiate su di una morbida coroglia, (straccio arrotolato a forma di corolla).

Le fonti più vicine erano quella dell’Oro in località Fontanelle, le Fontane o il Puzziglio in località Zoccolanti.

Nei primi del Novecento, con l’avvento dell’energia elettrica e delle pompe di sollevamento, comparvero nel paese le prime fontane e alle porte di accesso i fontanili per l’abbeveraggio degli animali, soprattutto muli e cavalli. L’acqua venne prelevata dal lago artificiale che sino ad allora aveva alimentato l'antico mulino delle Mole Muti, dove fu pure costruita una piccola centrale idroelettrica, sufficiente a fornire l'energia per l’illuminazione pubblica del paese, dell’Ospedale e di alcuni mulini, trasferitisi per l'occasione dalla località "Le Mole" al paese.                                      

Trascorsero alcuni decenni, e quando finalmente i rubinetti entrarono nelle abitazioni, le cisterne esaurirono la loro funzione. Furono in massima parte demolite, oppure trasformate in “grotte” per l’invecchiamento di vini in bottiglia, previa costruzione di alcuni scalini per potervi scendere.

Infatti, la profondità delle cisterne, che in alcuni casi superava i tre metri, faceva sì che la temperatura al suo interno si mantenesse naturalmente fresca e costante in tutte le stagioni, ideale appunto per la conservazione del vino, così come lo era stato per l'acqua.

Fu grazie a questa diversa destinazione, se alcuni di questi manufatti, sono giunti sino a noi, a testimoniare non solo un passato di difficoltà nell’approvvigionamento idrico, che i cambiamenti climatici stanno riportando di attualità,  ma anche quanto sia necessario ed importante per ogni essere vivente  e per l’intera umanità disporre di acqua limpida e pulita e di territori protetti dall’inquinamento degli uomini.

 

 

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ACQUA, MADO' ! - FRANCISCO E GLI SALUATORO, una poesia di A. Ottaviani

Nei secoli scorsi, l’emergenza idrica assumeva aspetti ancora più drammatici rispetto ad oggi, perché le pompe di sollevamento dell’acqua erano sconosciute.

Sezze, paese ad economia contadina, non aveva altri mezzi che pregare e “far uscire” la processione dell’Assunta e del S.S.mo Salvatore, nel tentativo di salvare i raccolti della campagna.

 

          La Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi

Attraverso il verbale di una sessione del 1858 della Confraternita del Sacro Cuore di Gesù detta dei Sacconi, della quale era priore il prof. Accademico don Niccola De Angelis, teologo e Vicario Generale della città di Sezze, sappiamo  che il pio sodalizio partecipava  alla messa e alla processione in onore del Salvatore e dell’Assunta, ogni qualvolta le condizioni atmosferiche avverse minacciavano i raccolti.

Quindi, secondo  le circostanze, si pregava o per invocare la pioggia o per farla cessare. Con molta probabilità nel 1858 si era verificata una situazione inversa a quella odierna, poiché si era nel periodo della mietitura, il grano ed i cereali erano la principale risorsa economica del paese ed è ragionevole pensare che le piogge ostacolassero la mietitura.

25 giugno 1858 - Viva il Sacro Cuore di Gesù -  Ai fratelli Sacconi

La pietà esemplare delle persone distinte per gradi o per esercizi suole mantenere e ravvivare nel popolo i sentimenti della Religione, se mal non mi oppongo questo è uno dei fini che ebbero i Sig. Istitutori della Confraternita a cui apparteniamo. Coerentemente adunque allo spirito della nostra regola, ad antico e lodevole costume, nonché al voto di noi fratelli, invito ciascuno ad adunarsi nel nostro Oratorio il giorno 27 del corrente (domenica) alle ore nove ant., onde, vestito il sacco ed ascoltata la S. Messa, recarsi processionalmente a visitare le S. Immagini del Salvatore e di Nostra Signora, esposte per gli attuali bisogni della campagna.

Firmato: il Priore Niccola di S. Nicola De Angelis -  

Fra Augusto di Santa Lucia Boffi  Segretario

 

                          IL SALVATORE   (Museo della Cattedrale)    

 

                             L' ASSUNTA  (Museo della Cattedrale)  

Era in uso che i bambini si recassero a gruppi alle “coste” di Sezze, per raccogliere arbusti e rovi e farne corone onde cingersi la testa, ad imitazione di Gesù Cristo e partecipare così alla processione che principiava dalla Cattedrale e si snodava per le strade del centro.

Prima di rientrare in chiesa, era obbligatoria la sosta della processione al Belvedere ( il “Muro della terra”); il  Salvatore veniva rivolto verso la pianura e si invocava il cambiamento del tempo.

La tradizione ci tramanda che insieme alle preghiere di rito, in caso di piogge persistenti, veniva usata la seguente formula: “ Sole Madonna che spacca le prède! Lu grano n’se mete, n’se po’ più campà” oppure l’altra in caso di siccità,  che non differiva molto dalla prima: “Acqua Madonna che spacca le prede, lu grano n’se mete, n’se pò più campà ”

Accadeva talvolta che le preghiere venissero esaudite, ma il più delle volte era necessario portare nuovamente in processione il Salvatore perché, come lamentava l’Arciprete di Santa Maria, Don Giovan Battista Carissimo, i fedeli non avevano pregato con il necessario fervore. 

Alla festa  dell’Assunta ( 15 agosto) le “ pagnottelle di gli Saluàtore”  rappresentano ancora oggi una tradizione irrinunciabile, un dolce all’insegna della devozione che in passato veniva consumato solo dopo la benedizione. Ad ogni bambino veniva dava una coppia di pagnottelle inforcate ad una cannuccia, da innalzare al passaggio della processione verso il Salvatore per essere benedette.

 

              Le pagnottelle del Salvatore (dolce tipico di Sezze di Ferragosto)

Nella Chiesa di S. Rocco, bombardata dagli Alleati nel 1944, nel dipinto dell’ Assunta, San Rocco era raffigurato con una tipica pagnottella di Sezze tra le mani.

 

 Francisco e gli Saluatoro  - di Alberto Ottaviani

I sòlo ti n’cuceua la cipezza,

lu callo e l’afa t’appicciaua,

portaua iasino a capezza,

e Francisco n’giastimaua;

che ci pozza da nu tròno

lu callo schiòppa l’uffa,

ti crèpa, sta a fa i solo liono,

e a mi m’ha dato a uffa.

Alle carcioffole ci ha fatto la strina,

che ci desse n’accimmèzza,

se nun piove manco addumano,

tòcca fa ariscì i Saluatoro,

si nò di grano e ciuciuliano,

ni uè manco i addoro.

S’accurdaui cu gli prèto,

e isciòrno i Saluatoro,

Acqua Madonna, lu grano n’sì mète,

cantauno tucchi n’coro.

I prèto annanzi cu gli sagrestano

Appresso Francisco cu gli contadigni,

cantènne e preghènne a tutto spiano,

ariuòrno a gli Cappuccigni.

I cielo cominciaui a rinnulà,

dapò si fece niro accomme a nu tizzono,

si mettiui a trunà e lampà,

e uenne nu forte acquazzono,

che maceglio, che confusione,

chi scappaua di quà chi di’llà

si scinciaui la pirdiscione,

e puro i prèto si iette a riparà.

L’acqua fece i chioui,

la grandine accomme alle nuci,

stétte dèci ore a pioue,

e Francisco, nun poteua aradduci.

Quant’acqua c’ha fatta Saluatò

È uero ca la semo pregata,

prò troppa grazia sant’Andò,

ma la grandine, chi te l’ha ordinata !

maggio, 1996

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LA LEGGENDA DELLA “ STRETTA DELLA FEMMINUCCIA”

Quella della “Femminuccia” è una storia fantastica, tramandata oralmente dai genitori ai figli; non esiste infatti nessun testo in cui essa è narrata. A motivo della sua oralità, se ne raccontano alcune versioni,  tutte con diverse motivazioni.

Si tratta della storia di un fantasma dalla figura femminile, c’è chi dice di una bambina, che di notte si aggirava in Via della Libertà, chiamata per questo dal popolo “Stretta della Femminuccia”. Per maggiore precisione, la stretta della vicenda è la prima che si incontra a destra percorrendo via S. Carlo, con provenienza da Porta S. Andrea e che confluisce con un percorso ad L su Vicolo Marte (uno dei tre vicoli di Sezze che da via S. Carlo conducono alla chiesa di S. Lorenzo). 

 

                     Via S. Carlo con a destra “La stretta della femminuccia”, ovvero Via della Libertà

 La Stretta della Femminuccia, fino a qualche decennio fa si distingueva per avere nel punto  in cui curva ad L  una casa diroccata e disabitata, alla quale si accedeva da una scalinata esterna con pianerottolo. Questa struttura architettonica, tipica del paese e in misura molto minore dei centri viciniori, veniva chiamata “cimasa”. Oggi la casa si presenta ben ristrutturata e con vetrate artistiche.

 

              Sullo sfondo, imboccando da via S.Carlo, la “cimasa” della Stretta della Femminuccia

 La storia si articola secondo tre versioni:

1)-Una donna che aveva perso il figlio, di notte si aggirava in questa stretta tenendo in una mano una testa e nell’altra ago e filo; appariva a colui il quale aveva fatto tre giri intorno ad un vicino palazzo, spaventandolo. Questa versione veniva raccontata dalle mamme ai propri figli per tenerli buoni e non farli allontanare di casa.

2)-C’è chi dice che questo fantasma in realtà fosse un uomo, che travestito da donna e coperto da un grande mantello nero, si recava di notte a far visita ad una sua benestante amante. Lo scopo del travestimento era quello di nascondere la sua identità e proteggere la reputazione della donna amata.

3)- Il fantasma di una donna, che aveva avuto una cocente delusione d’amore, usciva di notte nella stretta e alle persone che incontrava chiedeva di tagliarle la testa, cioè di farla morire, perché non sopportava il dolore di essere stata abbandonata; in cambio queste persone sarebbero diventate ricche ma, nel caso non l’avessero uccisa, avrebbero avuto su di loro la maledizione perpetua.

Per questi motivi ma soprattutto per non incontrare il malefico fantasma, grandi e piccini evitavano di passare di notte nella Stretta della Femminuccia e nei  vicoli che ad essa confluiscono: vicolo Dante e vicolo Marte.

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                              I BROCCOLETTI DI SEZZE                  

Sono un prodotto tipico e distintivo del territorio del Comune di Sezze  al quale devono la loro origine e da cui si sono diffusi nella fascia dei Monti Lepini,  dove  in alcuni paesi sono anche conosciuti come “simi”  per la grande quantità di semi originati dalla loro abbondante fioritura, di colore giallo. I Broccoletti di Sezze appartengono botanicamente alla famiglia delle Crucifere  ordine Brassica rapa subspecie sylvestris esculenta ma in dialetto  si chiamano “brùcculècchi” con una inimitabile  fonetica  dialettale  delle ultime tre consonanti che  solo i  sezzesi autentici  sanno pronunciare,  quasi a sottolineare l’ inimitabilità  e la tipicità di questa nostra eccellenza, dal sapore unico ed inconfondibile. 

Di  broccoletti di Sezze  esistono due ecotipi fondamentali che si differenziano tra loro per  l’apparato radicale e la classe di precocità: il  più antico è a ciclo tardivo  di novanta giorni e si presenta con la classica radice a bulbo di rapa, che però non viene consumata  perché  vitale  per il  cosiddetto “ricaccio” dei broccoletti, che sono la parte più pregiata e che si raccolgono per tutto l’inverno.  

 Broccoletti Sezze radice bulbo

                                       Broccoletti di Sezze con radice a bulbo di rapa

L’altra varietà, la più diffusa, è a ciclo medio precoce di sessanta giorni,  con una radice a fittone  ed è il  frutto di una selezione, che i nostri  nonni  hanno sapientemente operato nel corso dei secoli, con il fine di anticiparne la produzione  e di assaporarlo il prima possibile e per più cicli.                                               

radice a fittone

                              Broccoletti di Sezze con radice a fittone

I broccoletti di Sezze differiscono dagli altri coltivati nel resto del Lazio e in altre Regioni, soprattutto Campania e Puglia,  per essere come pianta meno cespugliosa e più compatta, con foglie affusolate, meno  frastagliate  e di un colore verde caratteristico. In tali  regioni,  i broccoletti venivano largamente  usati anche  per l’alimentazione bovina, cosi a Sezze  quando questi si vogliono distinguerli  dai nostri,  vengono curiosamente chiamati “ broccoletti di vacca”      Broccoletto di Sezze                                                                                                                                                                                   

                                                                       Pianta di broccoletto di Sezze

I Broccoletti  di Sezze come pure le altre varietà  comunemente  conosciute come “cime di rapa” sono piante tipicamente mediterranee ed autoctone, quindi non  sono state introdotte nel nostro territorio da nessuno,  anzi i nostri emigranti, quasi tutti contadini, partiti per  Ellis Island e successivamente in Australia e Canada, non volendo rinunciare a questa specialità hanno portato  i semi con loro, tentando di riprodurli in quei luoghi, ma ahimè, senza alcun successo.                                                                                                                 Sono assai ricercati in cucina nel periodo autunnale ed invernale, come verdura cotta ripassata in padella. Da sempre  sono commercializzati nel classico  mazzetto del peso di circa 7 etti , corrispondenti a due antiche libbre romane, e prima di essere cucinati necessitano di un paziente lavoro di pulitura,  che in dialetto viene detto  “scinte” (lasseme stà ca tencheta scinte i brùcculécchi) cioè scindere le parti più tenere ed i fiori da quelle più dure che vanno buttate,  mentre i nostri padri  le utilizzavano invece  per alimentare gli animali  (galline, pecore, muli, etc).Non si deve dimenticare che nella civiltà contadina tutto tornava utile e nulla  veniva mai sprecato o buttato : gettare i doni del Signore era come commettere un peccato mortale.

mazzo di broccoletti  

    Tradizionale  mazzo di broccoletti di Sezze del peso di due antiche libbre romane (700 gr.)

L’assenza di fonti scritte ci rende  difficile risalire all’origine della loro coltivazione nel territorio, tuttavia essendo una pianta autoctona  è da ritenere che sia molto remota anche a ragione di alcune ricette delle quali se ne sta perdendo la memoria . Infatti,oggi i broccoletti vengono comunemente consumati  con il pane, la classica salciccia di maiale ed il  vino rosso, ma in passato “la pizza roscia  a’ gli mattòno, cu gli brùcculècchi  e la  saràca” era il  classico cibo invernale che i nostri contadini  usavano  portarsi  “ fòre” e che  pastori, pescatori e cacciatori consumavano nella palude.Una volta,  quando i campèri  volevano accattivarsi il favore di un loro fattoretto o bracciante, soprattutto per farlo lavorare con maggior lena  in modo da “tirare” tutta la squadra , spesso solevano offrirgli di nascosto una o più “sarache con i broccoletti” che questi accettavano di buon grado perché c’era tanta fame. Così ancora oggi, quando a Sezze qualcuno difende a spada tratta le ragioni di un altro senza che quest’ultimo ne abbia, gli si dice:  “Ma che t’ha dato la saraca?” oppure “me simbri i babbào cu la saràca ‘mmano” (uno spaventapasseri con la saràca in mano).    Molto apprezzata ancora oggi  è la tradizionale polenta con i broccoletti.

coltura di broccoletti di Sezze in azienda

             Panoramica di un campo di broccoletti nell'Azienda Agricola Del Duca

E’ inutile cercare i semi di Broccoletti di Sezze altrove, essi sono reperibili solo in loco ed ogni contadino che  ne ama la produzione, fa in modo di ricavarne il seme per la stagione successiva. Così, a febbraio si seminano alcune piante per la riproduzione, dette portasemi, a fine maggio si estirpano  e si mettono ad essiccare al sole ricoperte con una sottile reticella per evitare agli uccelli di beccarne il seme. Dopo circa un mese, quando le piante sono ben secche, vengono “battute”  su di un telo con un bastone o un mazzafrusto  per farne cadere i semi.     

 Si fa la seme

                               Broccoletti per il seme ad essiccare al sole, ricoperti dalla reticella antiuccelli

I  Broccoletti di Sezze, con le prime semine di  fine Luglio, vengono raccolti  già dal mese di Settembre, e con semine successive se ne hanno a rotazione per tutto il periodo  invernale sino al sopraggiungere della primavera, quando cede ai Carciofi romaneschi lo scettro di principe  dell’Agricoltura locale e della cucina setina.

 Salvatore Santucci (Toto)

Sinibaldo Bassani detto Baldo Scalena

Nella foto di sopra Salvatore  Santucci (Toto) coltivatore di broccoletti e carciofi dell'Az. Agr. Del Duca

In quella di sotto un altro coltivatore Bassani Sinibaldo alias Baldo Scalena

I Sagra broccoletti

                                                   Locandina della I Sagra dei Broccoletti

 V. Del Duca e A. Uscimenti ideatore I Sagra

Vittorio Del Duca con  Armando Uscimenti ideatore ed organizzatore della I Sagra dei broccoletti

Ignazio, Tittarello e Vittorio

Alberto Ottaviani (poeta setino), Ignazio Romano, Tittarello Giorgi, Vittorio Del Duca alla I Sagra

 Gruppo Folk Turapitto

La I Sagra dei broccoletti si è integrata con la Giornata del Ringraziamento  di Coldiretti. Al centro il Presidente Del Duca con il gruppo flcloristico I Turapitto.

 Intervento di Del Duca alla I Sagra

               Intervento alla I Sagra del Presidente di Coldiretti Vittorio Del Duca

Mascotte Sagra

            Mascotte della I Sagra dei Broccoletti intento a "scinte" i broccoletti per la cottura

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Due antichi contratti verbali

Se ne è quasi perduta la memoria, ne avevo sentito parlare tanti anni fa da un mio anziano zio. Per caso mi sono ritrovato a parlarne con Toto (Salvatore Santucci), mio prezioso consigliere,nonché saggio collaboratore nella produzione dei carciofi romaneschi della mia azienda. Anche lui, in gioventù, ne ha sentito parlare e me li conferma. Si tratta di due contratti verbali, chiamati in dialetto setino Metastàzzio e Patrattàuo. Sappiamo che fino a tutto l’800, ma anche per parte del 900, il grado di alfabetizzazione della popolazione, non solo di Sezze, era molto modesto. Questa condizione limitava la forma scritta di alcuni contratti agrari a vantaggio di quelli verbali, che venivano ufficializzati con una  stretta di mano e con l’assistenza di uno o più testimoni.

Con il termine dialettale metastàzzio si intendeva un contratto verbale tra le parti, con  pattuizione  delle condizioni e del prezzo, e si concludeva in piazza o altrove, alla presenza di due o più testimoni. Oggetto del contratto poteva essere l’affitto di un terreno, una soccida, una compravendita  di alcuni capi di bestiame o di una partita di fieno oppure la commissione di determinati lavori agricoli con i buoi, ecc. Ci è stato raccontato di una espressione in dialetto, che si era soliti inviare all’indirizzo di un crocchio di persone che si attardava discutendo in piazza:” Ueeh, ma che state a fà i metastazzio??”  

Più singolare, oltre che curioso era invece i patrattàuo o patrattàvo (quasi certamente dal latino pater octavus). Forse non era un contratto vero e proprio, ma un modo per rammentare il puntuale pagamento dei canoni dovuti per il godimento dei beni ecclesiastici. I contadini venivano invitati in Parrocchia a partecipare ad una Messa e durante uno dei canti (forse  chiamato Pater Octavus) dovevano rispondere al sacerdote cantando, ad esempio, così:  I tengo nà cèsa di S.Angelo alla Giariccia e ci tencheta dà quattro scodelle di grano agli annoooo!!!. Non è certo se si rispondesse anche Amen.  I canoni dei contratti agrari, infatti venivano pagati quasi sempre in natura, ovvero con una parte del raccolto, e “ una scodella” corrispondeva a circa Kg 2,5 di grano.La scodella era un recipiente in legno levigato di forma ovale e della capacità appunto di Kg 2,5 di grano, mentre la “cesa”, dal latino coedere, erano appezzamenti di terreno di modesta entità, concessi ai contadini dalle Parrocchie o dalle Confraternite, dietro corrispettivo di un canone o livello (dal latino libellus, libretto)