Due antichi contratti verbali
Se ne è quasi perduta la memoria, ne avevo sentito parlare tanti anni fa da un mio anziano zio. Per caso mi sono ritrovato a parlarne con Toto (Salvatore Santucci), mio prezioso consigliere,nonché saggio collaboratore nella produzione dei carciofi romaneschi della mia azienda. Anche lui, in gioventù, ne ha sentito parlare e me li conferma. Si tratta di due contratti verbali, chiamati in dialetto setino Metastàzzio e Patrattàuo. Sappiamo che fino a tutto l’800, ma anche per parte del 900, il grado di alfabetizzazione della popolazione, non solo di Sezze, era molto modesto. Questa condizione limitava la forma scritta di alcuni contratti agrari a vantaggio di quelli verbali, che venivano ufficializzati con una stretta di mano e con l’assistenza di uno o più testimoni.
Con il termine dialettale metastàzzio si intendeva un contratto verbale tra le parti, con pattuizione delle condizioni e del prezzo, e si concludeva in piazza o altrove, alla presenza di due o più testimoni. Oggetto del contratto poteva essere l’affitto di un terreno, una soccida, una compravendita di alcuni capi di bestiame o di una partita di fieno oppure la commissione di determinati lavori agricoli con i buoi, ecc. Ci è stato raccontato di una espressione in dialetto, che si era soliti inviare all’indirizzo di un crocchio di persone che si attardava discutendo in piazza:” Ueeh, ma che state a fà i metastazzio??”
Più singolare, oltre che curioso era invece i patrattàuo o patrattàvo (quasi certamente dal latino pater octavus). Forse non era un contratto vero e proprio, ma un modo per rammentare il puntuale pagamento dei canoni dovuti per il godimento dei beni ecclesiastici. I contadini venivano invitati in Parrocchia a partecipare ad una Messa e durante uno dei canti (forse chiamato Pater Octavus) dovevano rispondere al sacerdote cantando, ad esempio, così: I tengo nà cèsa di S.Angelo alla Giariccia e ci tencheta dà quattro scodelle di grano agli annoooo!!!. Non è certo se si rispondesse anche Amen. I canoni dei contratti agrari, infatti venivano pagati quasi sempre in natura, ovvero con una parte del raccolto, e “ una scodella” corrispondeva a circa Kg 2,5 di grano.La scodella era un recipiente in legno levigato di forma ovale e della capacità appunto di Kg 2,5 di grano, mentre la “cesa”, dal latino coedere, erano appezzamenti di terreno di modesta entità, concessi ai contadini dalle Parrocchie o dalle Confraternite, dietro corrispettivo di un canone o livello (dal latino libellus, libretto)
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