(Sezze al tempo dei Romani)
Il territorio, le risorse e l’alimentazionePremessa
Ogni popolo della Terra ha avuto nel passato una propria alimentazione, strettamente legata ai prodotti e alle risorse del territorio che abita. Anche il palato ha dovuto adattarsi alle diverse realtà e così, alcuni popoli trovano appetibili, alimenti che per altri possono sembrare disgustosi; infatti il gusto del buono o del cattivo non è una caratteristica innata dell’uomo, ma si è sviluppato secondo le risorse e le culture delle diverse regioni. L’alimentazione inoltre, cambia con il trascorrere del tempo; quella dei nostri padri non può essere la stessa di oggi sia perché molti alimenti erano allora sconosciuti, in quanto importati in periodi successivi sia per la creazione di nuovi piatti che corrispondono a ricette e sapori internazionali, diffusi ormai ovunque con il mercato globale. Di converso, i nostri antenati conoscevano alimenti che oggi non sono più in uso perché superati dai tempi e perché provenienti da specie vegetali autoctone estinte o in via di estinzione. Essendo l’antica Setia una colonia di Roma e trovandosi per di più a breve distanza da questa, possiamo desumere con assoluta certezza che ne abbia subito l’influenza culturale ed economica, più di qualsiasi altra parte dell’Impero. Ciò è confermato dalle scarse e spesso controverse fonti storiche, dai reperti archeologici ma soprattutto dalle tradizioni locali e dagli usi e costumi pervenuti fino ai giorni nostri,che sono comuni con quelli della Capitale.
1- Paesaggio di Setia
Fatta questa premessa, facciamo un salto virtuale nel passato, nella colonia romana di Setia (Sezze). Siamo nel 160 d.C, e il paesaggio che appare ai nostri occhi è completamente diverso da come lo conosciamo, quasi irreale e magico nella sua bellezza, tanto che se non fosse per la conformazione geofisica dei luoghi, il nostro senso di smarrimento sarebbe totale. Decidiamo di conoscere i luoghi e farci accompagnare in questo viaggio da un importante personaggio di nome Asclepiades o come lo chiamano in molti, Asclepio (1), inviato a Setia, in qualità di medico e prefetto, dall’imperatore Antonino Pio, nel II secolo d.C. Sotto la sua prefettura avviene il martirio della “giovanetta setina Santa Parasceve” (2); egli vive qui da più di quindici anni, pertanto è anche un buon conoscitore dei luoghi, degli usi e dei costumi. Lo troviamo nella Basilica, dove si amministra la giustizia, e il sito ci sembra coincidere con quello dell’attuale Monastero del Bambin Gesù; infatti a poca distanza da questa, laddove il decumano (l’attuale Via S. Carlo) incrocia il cardo della città (Via Roma), c’è il Foro, (l’Arringo), così come avviene in tutti gli impianti urbanistici romani. Dopo avergli spiegato i motivi del nostro viaggio, Asclepio ci invita a seguirlo in strada, da dove, attraverso una breve e lieve discesa, giungiamo alla Curia del Senato, che ravvisiamo adiacente all’attuale Porta Romana o Porta di Piano, nel luogo chiamato dal popolo, sino al secolo scorso, con il nome di Sgurla (storpiatura dialettale del termine latino “senatus curia”). Alla Curia si accede attraverso un magnifico terrazzo addossato ad un solidissimo muro di pietre molto grosse prive di malta e di forma geometrica regolare (3). Questo terrazzo ha una stupenda copertura a volte sorretta da colonnati ed un pavimento in raffinato mosaico, raffigurante azioni di guerra. Vi si gode una bellissima vista sulle Paludi Pontine e quindi del territorio inferiore di Setia.

- Ecco - ci addita Asclepio - questo è il Pomptinus Ager! (4) - All’estremità di quei monti, che degradano verso il mare nostrum e alle cui pendici si trova Anxur, (5) è il confine a sud ovest, che coincide con quello di questa immensa palude, la quale a sud sembra un tutt’uno con il mare e con il promontorio di Circellum (Circeo). Ad ovest, la palude termina nei pressi di quella grande e folta distesa di macchia (6), ma l’Agro Pontino finisce più in là, dopo il porto di Antium (Anzio) e innanzi ai colli Albani. C’è qualcosa, come una linea retta che lo attraversa e vista da qui, sembra un lungo filare di pini o un argine alla palude che corre da Tripontium (7) verso Anxur, in realtà è la Via Appia, la più importante arteria che i Romani abbiano mai costruita, tanto da definirla Regina Viarum. Questa strada fu lastricata da Appio Claudio il Censore, sessanta anni dopo la fondazione della colonia romana di Setia, per far transitare le legioni romane verso l’oriente, ma pensate a quanti benefici ha portato al commercio e all’economia del nostro centro, in un territorio che in precedenza era isolato e completamente privo di lunghi collegamenti. Infatti, questo tratto della via Appia che attraversa il Pomptinus Ager è il più antico, e collega Roma con Capua, mentre l’altro tratto, che conduce al porto di Brindisi , fu costruito in tempi successivi da persona rimasta sconosciuta. Lungo tale via, a partire da Tripontium, vi sono altre due importanti stazioni di sosta e di cambio dei cavalli; la più vicina a noi è Forum Appi (8) mentre più in là, verso Anxur, si trova Ad Medias,(9) così chiamata perché posta esattamente a metà del Decennovium, cioè di quel tratto di strada lungo diciannove miglia che va dal Foro fino a Terracina e basolato da Traiano pochi decenni fa. Foro Appio non è solo una semplice stazione di sosta ma anche un importante centro di insediamento con funzioni aggregative della popolazione rurale ed essendo ubicato alla confluenza di due corsi d’acqua dispone di un porto fluviale (10) per i trasporti verso Tarracina, tramite barche trainate a terra da cavalli, ed è anche un passaggio obbligato per le piccole imbarcazioni, i sandali, che giornalmente trasportano i prodotti della palude verso le “terre alte,” a ridosso degli Archi di S. Lidano. La popolazione rurale vi si reca per ogni genere di affari (mercati, trasporti,leva, commerci, ecc) ma è pure un punto d’incontro per feste religiose. Vi è stata eretta, in onore di Traiano, la statua della dea Bellona(11) ed è collegato, a mezzo di un tratturo, al vicino Tempio della Dea Giunone, (12) meta di culto per invocare fertilità alle nostre terre e raccolti abbondanti. Quei vigneti, che si intravvedono dal Foro sino ai piedi della nostra collina, passando a ridosso del “Fosso delle Uve Nere “ ( Fosso Veniero) (13) sono quelli del famoso caecubo setino e appartengono alla villa della gens Calpurnia. Questi vitigni sono una specie autoctona, che ha trovato terreno fertile e condizioni ideali lungo questo fosso e ai piedi del monte; i filari sono normalmente posti ad intervalli di un passus, (14) ma ne esistono alcuni a distanze di cinque o sei pertiche (15), tra i quali ci si può seminare di tutto: farro, orzo, biade, favino, lenticchie, ortaggi, ecc. Ad ovest, al di qua della Via Appia, oltre quegli estesi vigneti e pascoli di bestiame allo stato brado, si scorge il basolato dell’antichissima Via Setina, con pietre ancora più grandi di quelle della Via Appia. La via Setina, inizia la sua discesa dal paese dalla porta Saturnina e dopo alcuni ripidi tornanti tra piante di ulivi e di mandorlo, attraversa la pianura sottostante in direzione ovest fino ad incrociare alcuni pantani ed un antico canale navigabile, che supera a mezzo di un magnifico ponte a tre Archi (16) raggiungendo Foro Appio, dal quale piega per Tres Tabernae ,(altra stazione di sosta della via Appia nei pressi di Cisterna di Latina) fino ai colli Albani, dove i setini, ad iniziare dal IV secolo a.C, si recavano per le riunioni con gli altri confederati della Lega Latina (17). Ai piedi dei nostri monti, lungo l’antica via volsca che da Roma conduce a Terracina, sono adagiate alcune ville, come quella della gens Antonia (18) alle falde del monte Antignano,che a ricordo di questa potente famiglia ne conserva il nome, come pure tutta la stupenda piana superiore (l’Antignana). Poco distante dal punto in cui la via Setina inizia la salita per il paese è il sito della Villa di Mecenate, alter ego di Augusto e protettore dei letterati, che nella sua estensione in pianura, tra pascoli e campi coltivati, comprende le sorgenti della Fontana delle Acquevive (19).

Procedendo ancora nel nostro percorso verso est, ai piedi del Monte Trevi, troviamo, tra ulivi, vigne ed orti, l’imponente e maestoso Palatium di Cesare Augusto (20), che scelse questo sito per la bontà del vino setino, in quanto salutare per il suo stomaco. Oltre le Terme Augustee è situata la villa della gens Vitillia (21), in prossimità della quale, ai piedi del monte, sgorgano le grandi sorgenti di acqua che danno origine all’antichissimo e mitologico fiume Ufente. Questo dirige a sud est, verso Tarracina, per trovare il suo sbocco naturale al mare, ma dopo qualche miglio dall’origine, nell’attraversare una vasta depressione del terreno che discende sotto il livello del mare, nel periodo delle piogge straripa, originando la parte sud est delle Paludi Pontine. Dalle coste di Tarracina alla Macchia Caserta, si trova la parte più estesa della Palude, quella che, con le piogge d’autunno, avanza fino ad invadere la Via Appia e le terre poste a monte di questa, specie ad est di Foro Appio e fin oltre Mesa. Le cosiddette “terre alte,” quelle mai raggiunte dalla palude, sono attraversate da lunghi e tortuosi tratturi, alcuni dei quali discendono ripidi dalle coste del paese, tra uliveti, ciuffi di stramma (22) e ginestre; essi vengono percorsi dalla transumanza proveniente oltre che dai Lepini, anche dagli Aurunci e dagli Ausoni, che qui possono trovare buoni ed abbondanti pascoli.-
Note
(1)- In località Piagge Marine, dopo aver attraversato la parte ad est dell’anfiteatro, su di un masso isolato alto m. 4,55, si trova, in riquadro, l’iscrizione sepolcrale, corrosa del tempo, che ricorda C.Licinius Asclepiades Medicus, conosciuto anche sotto il nome di Asclepia,medico e prefetto. Il luogo del sepolcro, al tempo del Lombardini, (c.f.r.- Storia di Sezze- pag. 37), veniva chiamato pietra del tesoro forse perché “la tomba devastata e frugata abbia accreditata la credenza, o per l’iscrizione, che per il volgo ha un significato arcano”. Dice inoltre il Lombardini: “questo eccentrico Asclepiade,senza tema di errare, ritengo sia esistito ai tempi di Antonino Pio, nei quali a ciascuna città fu addetto un maggiore o minor numero di medici secondo il bisogno, eletti e stipendiati dalla città stessa.” In altre fonti (vedasi nota 2) lo troviamo come prefetto della “città” in cui avvenne il martirio di S. Parasceve, senza però alcuna precisazione sul nome della città.
2) – Il Lombardini definisce “giovanetta setina” Santa Parasceve, riferendosi a quanto riportato da bollandisti e scrittori degli atti dei martiri cristiani, che hanno scritto molti secoli dopo il martirio. Non c’è nulla però che possa far affermare con certezza che Santa Parasceve fosse setina (infatti nacque a Roma). Di essa si sa che proveniva da una ricca famiglia romana e che, abbracciata la fede cristiana, donò tutti i suoi averi ai poveri. Non si conosce se la famiglia di Santa Parasceve avesse posseduto dei beni anche a Sezze. Per le sue predicazioni, subì il martirio a Roma su ordine dell’imperatore Antonino Pio, che però non sortì alcun effetto a causa dei prodigi della santa, nonostante i mezzi più atroci. Nelle more delle sue predicazioni,giunse “in una città” (Sezze ?) dove era prefetto un certo Asclepia o Asclepiades, che nuovamente la condannò al martirio,e conoscendo la sua “invulnerabilità”, la fece condurre in una grotta dove esisteva un terribile drago,(forse nella località pietra del tesoro,dove Asclepio fu sepolto) ma la santa, con un “piccolo segno” ( di croce), riuscì a far spaccare la bestia in due parti. A seguito di tale episodio, Asclepio si converte alla religione cristiana e fu da questa battezzato, ma Parasceve continuò le sue predicazioni e giunge ancora “in altra città”, governata da un “tale Taresio”, che la fece decapitare per aver ingiuriato Apollo davanti al suo tempio; su questo i cristiani eressero in seguito la chiesa ad essa dedicata. Le coincidenze, come la presenza a Sezze di un personaggio di nome Asclepio e la chiesa di S. Parasceve costruita sul tempio di Apollo, e altre leggende sulla figura della santa, hanno accreditato l’ipotesi, che l’altra città fosse Sezze.
(3) – c.f.r. Vincenzo Tufo– Storia antica di Sezze—1906
(4) – L’ Agro Pontino. Alcuni storici ne fanno derivare il nome da “Pontus” (mare o distesa di acqua), altri dal territorio dell’antichissima città volsca “Suessa Pometia” (ager pometinus) la cui ubicazione, peraltro, è stata sempre incerta. Il prof. Tufo, nella Storia antica di Sezze, scrive però che il termine pometinus o pomentinus nel significato di “marittimo” non è mai stato usato dagli scrittori antichi. Secondo Raffaele Castrichino, storico e filologo di Minturno, (nella collana MONUMENTA AURUNCORUM HISTORICA) la denominazione romana di Pomptinus deriverebbe dal greco pèmpte (quinta). Infatti per i greci, nell’orientamento durante la navigazione, la costa paludosa era “ limne metà tèn pèmpten,” cioè si trovava dopo la quinta isola del gruppo delle Ponziane, più precisamente dopo Ponza, Zannone, Palmarola,Ventotene,Santo Stefano. L’errore degli studiosi sarebbe stato dunque, secondo Castrichino, quello di fermarsi al latino Pomptinus, come se prima dei Romani non fosse esistita né pianura, né palude né nome.
5) – Terracina, anticamente si chiamava Anxur, per l’esistenza del tempio dedicato a Giove Anxur. Successivamente divenne “Tarracina.”
(6) – La macchia Caserta era la denominazione del bosco situato al confine ovest della Palude Pontina.
(7) – Tripontium era il luogo ora chiamato Tre Ponti (Latina), una stazione di sosta e di cambio dei cavalli sulla via Appia
(8) – Foro Appio
(9) – Con il termine latino “ad medias” si intende “alla metà”. Attualmente, questo luogo sulla Via Appia, si chiama Mesa di Pontinia. Prima della bonifica integrale e della fondazione della città di Pontinia, questa località apparteneva al territorio del Comune di Sezze.
(10)- – Orazio vi fece sosta nel 37 a.C. e nelle Satire descrive il porto e uno spaccato di vita nel Foro
(11) – La dea Bellona era una dea guerriera, l’ombra femminile di Marte. Il suo nome deriva da bellum (guerra). A Foro Appio fu rinvenuta un iscrizione traianea, (CIL X , 6482) che ricorda la dedica di un tempio a Bellona in onore di Traiano, da parte di Geminia Myrtis e Anicia Prisca. Le due donne sono madre e figlia delle illustri gens Geminia e gens Anicia attestate a Sezze, Cori e Terracina; la loro parentela si desume da altra epigrafe (CIL X, 6483) rinvenuta poco distante, nei pressi del casale della famiglia Pietrosanti a Villafranca (già proprietà Rappini), con la quale, anni dopo, dedicarono un aedem cultoribus Jovis Axorani (tempio per la venerazione di Giove) in onore di Adriano e in memoria di Anici Prisci c/oniugis (coniuge e padre)
(12) – E’ il tratturo Caniò, dove negli ani 80 sono venuti alla luce, in seguito a lavori agricoli, i resti del tempio di Giunone.. Oggi a tale tratturo vi si accede dalla Via Murillo, nei pressi degli Archi di S. Lidano
(13) - La denominazione Fosso Venièro o Fosso Venereo deriva dalla storpiatura dialettale di Fosso delle Uve Nere. Nell' Ottocento, sul ciglio di questo fosso, furono trovati per caso alcuni vitigni di queste uve nere che crescevano spontaneamente ( ne fa menzione il Lombardini nella sua Storia di Sezze). Furono recuperati e tuttora sembra che più di qualche concittadino ne conservi la specie. Sulla presenze di queste uve a ridosso del fosso Veniero, ne parla Plinio allorchè fa menzione della villa della gens Calpurnia e dice che si sarebbe trovata supra forum appi ove nascitur vinum setinum.La tradizione popolare ha confermato quanto scritto da Plinio. chiamando fino a tutto l'Ottocento Pantano Luvenere (Pantano delle uve nere), una località vicina a Foro Appio e al fosso Veniero, che era attraversata dalla via Setina. Da queste storpiature dialettali non è stato risparmiato neanche il nome stesso del Foro Appio, che veniva chiamato dal popolo " Frappio".
(14) – Un passus romano corrisponde a m. 1,48. Anche oggi i pochi vigneti a filari, rispettano questa misura.
(15) – Una pertica corrisponde a mt 2,96
(16) – Sono gli Archi di S.Lidano, ritenuti dal prof. V. Tufo (Storia antica di Sezze), come un possibile riparo per i viandanti della via Setina, che vi sarebbe passata adiacente. Secondo altri storici locali , gli Archi sarebbero stati un ponte a tre luci che avrebbe permesso a questa via di superare un antico fiume che dirigeva al Foro Appio, probabilmente il Cavata (il cui corso fu deviato dalle successive bonifiche del territorio). Resta difficile confutare quanto scritto dal prof. Tufo, perché la struttura è stata realizzata con pietre di dimensione ciclopica, quindi destinate a supportare forti carichi, quale poteva essere una sede stradale o la struttura di un palazzo, non certo un semplice riparo per viandanti. Se gli Archi di S. Lidano invece, come dicono i più, sono stati un ponte su cui passava l’antica Via Setina (lo farebbe pensare la loro larghezza che è la stessa della carreggiata di questa strada, m. 5,16), tale ponte, data la sua altezza rispetto al livello del terreno circostante,dovette servire a valicare, non un canale qualsiasi, ma uno navigabile a mezzo di piccole imbarcazioni, forse ” i sandali,” per i trasporti via fiume di legnami ed altri prodotti della palude, provenienti dal porto fluviale di Foro Appio e destinati ai centri collinari. Questa antica via d’acqua, unitamente ad altri fiumi a monte degli Archi, deve aver dato luogo in questo punto a frequenti esondazioni, da cui originavano estesi pantani, ed a confermarlo è il fatto che la località immediatamente a Nord Est degli Archi di S.Lidano, sino allo stradone dell’Arnarello, (dove secondo alcuni sarebbe passata la via setina) viene ancora oggi conosciuta come Le Pantanelle, nonostante nessuno, a memoria d'uomo ne ricordi i pantani. Inoltre quando S. Lidano , nel 956, costruì nei dintorni degli Archi la sua abbazia, ancor prima di porre la prima pietra, dovette bonificare il territorio circostante perché paludoso (dal codice della Leggenda medioevale di Lidano D’Antena, conservata nell’archivio della Cattedrale di S. Maria), non certo a causa della Palude vera e propria, perchè i luoghi erano e sono tuttora ad un’altitudine di oltre m.6 sul livello del mare,troppo alti per poter essere raggiunti dalle acque. Appare dunque più verosimile che si trattasse di estesi pantani formati dalle esondazioni dei fiumi e questo, trovererebbe conferma in tempi successivi, quando nelle contese per questioni di confini tra Sezze e Sermoneta, i sermonetani per allontanare le acque dal loro territorio, trovavano molto semplice rompere gli argini dei fiumi situati a nord- ovest degli Archi di S. Lidano, per deviarle sul territorio di Sezze. In prossimità degli Archi inoltre, si diparte una strada, il cui nome, Via del Pesce, ricorda le acque e gli stagni della zona stracolmi di pesci, tra i quali non è da escludere la trota di Ninfa, un pesciolino ormai estinto, che trovava il suo habitat naturale proprio nelle acque basse. Da ciò ne consegue che, se l’antica via Setina dovette attraversare questi luoghi, e sembra non esserci alcun dubbio, l’unico modo per poterlo fare, senza disturbare la navigazione del canale e nello stesso tempo rialzarsi dai pantani circostanti, era quello di un“cavalcavia” che salisse dolcemente su questo ponte a tre archi (quello di centro infatti è il più alto) per poi ridiscenderne in direzione di Foro Appio..
(17)- Come riferisce il cardinale Corradini nella sua opera “De civitate et ecclesia setina” del 1702, il percorso della Via Setina iniziava da Roma e, secondo alcuni (Publio Vittore e Panvinio) immetteva nell’Appia con un diverticolo per Sezze nei pressi di Foro Appio, secondo altri avrebbe avuto invece un percorso del tutto autonomo.
(18)- Della gens Antonia, il personaggio più illustre fu Marco Antonio, il triumviro rivale di Ottaviano, perdutosi appresso a Cleopatra. La moglie di Marco Antonio, Fulvia, appartenne alla gens Fulvia e tracce di questa famiglia si sono ritrovate a Sezze con l’iscrizione FOUL..FOUL (C.I.L.F.A. 910) presso il Tempio di Ercole (ora Chiesa di S. Pietro)
(19)- In queste antiche sorgenti, sino ai primi anni 60, l’acqua sgorgava naturalmente e vi si conducevano gli animali per l’abbeveraggio. Erano altresì un punto di ristoro per i contadini nelle pause di lavoro, ma anche di passeggiate fuori porta per fare “pane nfusso” con olive e cipolle. In queste sorgenti, durante la bonifica integrale, vi fu costruito dal Consorzio della Bonifica Pontina un magnifico fontanile con abbeveratoio (nell’anno XII del ventennio fascista, come ricorda una incisione epigrafica posta a lato) e così pure in altre parti del territorio setino, ad es. il Pozzo di Cantèro (nella località omonima sulla migliara quarantacinque) o quello di Casal Bruciato (sulla migliara quarantasette). Esistevano poi, in altre località della pianura, pozzi di acqua sorgiva ancora più antichi, che prendevano il nome dalle proprietà su cui insistevano, come il Pozzo Maselli all’incrocio tra via Archi e Via Torricella o il Pozzo Ficarotto all’incrocio tra Via Murillo e Via Nova. I manufatti di questi fontanili sono stati ormai tutti demoliti, perché le sorgenti si esurirono negli anni sessanta a causa dell’abbassarsi delle falde acquifere, conseguente alle numerose perforazioni di pozzi per usi irrigui e domestici. L’unico fontanile rimasto nel campo setino, seppure a secco, è proprio quello della Fontana delle Acquevive, grazie al restauro e alla costante opera di manutenzione del sottoscritto, per trovarsi adiacente alla propria azienda agricola. In tale sorgente furono rinvenuti nel secolo scorso avanzi di mosaico, di condotti per l’acqua e casse mortuarie a mattoni di epoca romana. E’ perciò verosimile l’ipotesi avanzata da più parti, sull’esistenza in loco di antichissime terme, probabilmente appartenute alla villa di Mecenate che, era solito costruirla vicino al palatium ( palazzo) dell’imperatore Augusto.
(20)- I ruderi sono oggi conosciuti con la denominazione Le Grotte. A Roma il Palatium era solo il Palatino, ma dopo che Augusto e i suoi successori vi portarono la corte, divenne anche il Palazzo imperiale. Il Palatium era quindi esclusivamente la casa dell’imperatore e non di altri. Se tutta la località prospiciente Le Grotte viene ancora oggi conosciuta come contrada “Palazzo”, ciò è dovuto sicuramente all’antica presenza nel luogo del Palatium dell’imperatore.
(21) –Il Tufo, nella sua storia antica di Sezze, riferendosi a quanto già scritto dal cardinale Corradini, dice che presso alcune mura diroccate, finito di atterrare con la costruzione della ferrovia esisteva nel Quarto Palazzo una strada dal nome Vitiglio .Prima esisteva la contrada Vitilli, che anteriormente si sarebbe addirittura chiamata Vitellia. Ciò avvalorerebbe l’ipotesi di una villa della gens Vitellia, alla quale appartenne, com’è noto, l’imperatore A. Vitellio, famoso solo per le sue gozzoviglie.
(22)- La stramma è una pianta di tipo perenne della famiglia delle graminacee che cresce spontanea in tutte le colline mediterranee. In italiano si chiama ampelodesma, ed è anche conosciuta col nome generico di sparto o anche tagliamani, per via delle foglie taglienti che possono ferire le mani , se presa sconsideratamente. Il nome scientifico della pianta è Ampelodesmos tenax Link, dove Ampelodesmos significa “legame per viti”, tenax sta viti per tenace a causa della sua resistenza e Link è lo studioso che nel 1827 ristabilì il nome classico di Ampelodesmos. In passato veniva usata per legare i tralci delle viti e dava anche vita a prodotti artigianali: si usava per farne cesti, impagliature per sedie, gerle per somari, corde, ecc. Un uso importante della stramma, sotto forma di piccoli fasci legati ad un capo,chiamati uranghe era quello della copertura per capanne, capannoni in uso da pastori e agricoltori, sino agli anni 50 del secolo appena trascorso: le cosiddette capanne di stramma.Con la stramma si legavano pure le piante di insalata riccia e scarola per ottenerne lo schiarimento o imbianchimento del cuore; gli operai preposti a tale compito erano chiamati legarini.
2 - I prodotti della palude e del territorio - Il pane e il vino setino.
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"E' il padre Giove, lui stesso, che ha voluto così difficile la via del coltivare, e per primo fece smuovere con arte la terra dei campi, aguzzando con le preoccupazioni i pensieri dei mortali, per impedire che il suo regno restasse addormentato in un pesante torpore d'inerzia. Prima di Giove, nessun colono lavorava i campi; neppure segnare terreni o dividerli con un confine era permesso; i beni acquistati andavano in comune, e la terra, da sola, recava tutto più generosamente, senza bisogno di chiedere." - Virgilio (Georgiche)
-La palude - continua Asclepio - non rappresenta una calamità per la popolazione, anzi da questa ottiene numerosi prodotti che alimentano attività e mestieri, fonti di vita e di ricchezza per chi ha la forza e il coraggio di affrontare questo ambiente, in cui il rischio mortale di contrarre le febbri palustri e la malaria è sempre in agguato. Attraverso le numerose vie d’acqua vengono infatti trasportati alle terre alte e da qui nei centri collinari: legname, carbone, ghiande, cortecce di sugheri, giunchi, canne palustri, paglia e ogni genere di cacciagione (cinghiali, cerbiatti, fagiani, anatre, gallinelle acquatiche, lepri, tordi, ecc) (23) ma anche rane, anguille e una ricca varietà di pesci, tra cui la trota di ninfa, oggi quasi completamente estinta. Dalle interiora dei pesci e forse anche delle rane, dopo averle miscelate con erbe aromatiche e messe sotto sale a fermentare al sole, si ricava il garum, una salsa di uso giornaliero per il condimento di molte pietanze. Nelle paludi vivono specie tipiche di uccelli come il cavaliere d'Italia, il cigno nero dal becco rosso, la starnazza, gli aironi. Le zone libere dalle acque sono occupate da foreste inestricabili di querce da sughero, pioppi, lecci e pino e sono chiamate "selve" come la Selva di Terracina, la Selva del Circeo, la Selva della Macchia Caserta. Un mestiere insolito nella palude è quello del “mignattaro,” pescatore di mignatte (sanguisughe), prezioso alleato del medico, ogni volta che necessita un salasso; questi entra nelle acque stagnanti armato di un bastone per agitare l'acqua e di un sacchetto in cui ripone le mignatte, indossando delle brache di tela robusta, per non farsi ferire dalla bocca a ventosa di questi animaletti vermiformi. L’avanzare della palude, con le piogge autunnali e il successivo ritirarsi, conferisce fertilità ai terreni attraverso il limo depositato, esattamente come avviene in maggior misura in Egitto con lo straripamento del Nilo. Infatti, sin dai tempi dei Re, i Romani furono attratti dalla feracità di queste terre che producevano in gran quantità prodotti cerealicoli ed ortofrutticoli, oltre a sconfinati pascoli per l’allevamento del bestiame. Silla divise i nostri campi tra suoi soldati e Cesare li donò ai suoi legionari. Sezze, per la scarsità di abitanti, fu più volte costretta a chiedere coloni a Roma per coltivare i terreni e Plinio afferma che nei nostri campi Cerere e Bacco gareggiavano insieme. Cicerone (106 – 43 a.C.) nelle sue Verrine chiamò il nostro campo fertilissimum e Dionigi (60 a.C.- 8 d.C.) lo definì horreum et penuarium romanorum (granaio di Roma). Non è a caso che i nostri campi meritarono questi appellativi: essi rifornirono continuamente di frumento l’antica Roma, specie nei periodi in cui ne aveva maggiormente bisogno. Nella guerra dei Romani contro Porsenna (507 a.C.) furono inviati a Setia i consoli Larzio Spurio ed Erminio Tito perché comprassero grano. Nel 494 a. C. quando i plebei (secessione della plebe) abbandonato il lavoro si ritirarono sul M. Sacro, furono ancora i nostri campi a rifornire l’annona di cereali. Lo stesso dicasi al tempo della peste. Da questi grani, inizialmente si ricavava un tipo di polenta di largo consumo chiamato puls o pulmentus, farcita di uova, olive e formaggio fresco acido ( il mais non era ancora conosciuto, fu introdotto in Europa con la scoperta dell’America). Il pane vero e proprio sembra divenuto di uso generale a partire dal II° secolo a.C, sebbene il grano tenero fosse già conosciuto due secoli prima; di esso se ne conoscono tre tipi principali: il cibarius, pane scuro e poco costoso consumato dai poveri, il secondarius, fatto con farina integrale, migliore del precedente, più bianco ma non finissimo ed il candidus o mundus fatto con farina finissima consumato dai ricchi. Esisteva anche un pane fatto con la crusca, il pan da cani o furfureus,per i più poveri. La vocazione cerealicola del territorio di Sezze ha fatto sì che il pane entrasse nella cultura contadina dei suoi abitanti ancora prima di altri; il drammaturgo setino Caio Titinio, (170 a.C) in un piccolo frammento dell’opera dedicata alla sua città, preservato dal grammatico Nonio Marcello, ci descrive la cura e l’amore delle donne di Sezze nella preparazione del pane. Due secoli dopo, questa tradizione viene confermata da un altro illustre concittadino, Caio Valerio Flacco, che in un frammento delle “Argonautica”, descrive l’insuperabilità delle donne setine nell’allevare i figli e nel fare il pane. - Alla luce di queste fonti, dunque, Sezze può vantare con assoluta certezza una tradizione nell’arte panificatoria di oltre duemila anni.
- Che dire poi dell’antico e rinomato vino setino? Plinio ci tramanda che fu preferito da Augusto e da quasi tutti gli imperatori a lui succeduti, perché l’esperienza aveva confermato come agisse da potente digestivo. Le sue lodi furono cantate anche da Giovenale, Stazio, Strabone e Plutarco; ma chi ne parla assai diffusamente fu Marziale che consigliava di berlo freddo, unito alla neve. Plutarco ricorda che nel banchetto di Silla ai veterani e al popolo, dopo le guerre civili, si distribuì il vino setino vecchio di 40 anni. Da questi autori si desume che il vino traesse la sua bontà dalle terre setine e dall’uso di essere invecchiato per molti decenni nelle botti, sulle quali veniva inciso il tempo e il luogo in cui le uve erano state raccolte. Il vino setino, prima dell'età imperiale, ebbe una ragguardevole esportazione non solo verso Roma ma anche fuori dai confini italici. Infatti da Foro Appio, tramite la via fluviale parallela all’Appia, detta fossa Cetega (scavata da P. Cornelio Cetego), il vino veniva condotto al porto di Terracina dove, caricato sulle navi raggiungeva tutti gli angoli del mediterraneo occidentale, particolarmente la Francia, come pure quello di Terracina. (24) -
Nel territorio di Setia si producono legumi (fave, ceci, lenticchie, lupini) ed ortaggi (insalate, ruchetta, broccoletti (25), rape, farzarape (26), cavoli, carciofi (27), broccoli bianchi (28) cipolle, porri ed anche asparagi del tipo selvatico di montagna ma non sono conosciuti i fagioli, le patate, le melanzane e i pomodori. Di frutta se ne trova in abbondanza, e ce n’è in tutte le stagioni: uva, fichi, mele cotogne, prugne, pere, albicocche, ciliegie, visciole, sorbi, corbezzoli, more, meloni, ma anche frutta secca come noci, nocciole, mandorle, pinoli e castagne. Diffusissimi gli alberi di ulivo, soprattutto sulla collina e ai piedi dei monti. Le pesche sono state portate dai Romani dalla Persia, nel tardo impero (le persica). Tra i prodotti dell’allevamento e della pastorizia primeggia il latte, soprattutto di pecora o di capra e numerosi sono i formaggi disponibili, specie il pecorino; non si usa mangiare la carne di cavallo e pochissimo quella bovina, preferendovi il maiale, il pollo, le anatre, i piccioni e la cacciagione, mentre il tacchino resterà sconosciuto per molto tempo ancora. Fino al III secolo a.C. era proibito mangiare la carne vaccina, perché i bovini dovevano servire esclusivamente per arare e per farne sacrificio agli dei. Una vera golosità sono le lumache, reperibili ovunque nel territorio: negli orti, lungo i fossi, in montagna, ma c’è una località particolare nel campo setino, dove queste dovettero essere veramente assai numerose: è quella che la tradizione popolare ancora oggi chiama La Ciammarucara (nei pressi dell’incrocio tra la S.R. 156 dei Monti Lepini e Via Murillo). Diffusissimi gli alveari, al pari delle piante di ginestra, dai cui fiori le api producono il dolcificante più conosciuto ed apprezzato ed anche il più caro: il miele. In sua sostituzione, i poveri usano il più economico bollito di fichi sia secchi che freschi e quello del mosto di vino cecubo.
Note:(23)- La caccia ai palmipedi della palude era fatta con la lacciola, un cappio fatto con crine di cavallo quasi invisibile. Tra i palmipedi cacciati annoveriamo il cucchiarone o mestolone, il germano reale, la garganella, la folaga, l’oca cinerina e marzolina. Tra i trampolieri: la cicogna,il beccaccino o pizzarda, la beccaccia, l’airone e la pavoncella.Tra i passeracei: le allodole, il “sordiglio”, il fringuello, i tordi, la calandra o allodola con il ciuffo chiamata in dialetto ”cifra”, gli storni, ” i strigliozzo”, e la ballerina chiamata in dialetto “ codanzinzera”
(24)- c.f.r. Filippo Coarelli- Atti del convegno “La valle Pontina nell’antichità”- Cori 13-14 aprile 1985, Consorzio Biblioteche Monti Lepini
(25)- E’ difficile dire, per mancanza di fonti, se fossero i broccoletti sezzesi ,che tanto apprezziamo oggi, ma è vero però che questa è una varietà locale autoctona, tipica degli orti della fascia collinare lepina, pressocchè sconosciuta in altre parti della penisola.
(26)- Le farzarape (false rape) degli orti di Sezze è una varietà locale di colza.
(27)- L’origine del carciofo è avvolta in un alone di mistero che le ricerche non sono riuscite ancora del tutto a dissolvere. Alcuni autori farebbero risalire l’inizio della coltivazione del carciofo nel Lazio al tempo degli Etruschi. Secondo il mio ex professore di Geobotanica alla Sapienza di Roma, il compianto Giuliano Montelucci (cfr Pignatti S.), il carciofo sarebbe originario del bacino occidentale del Mediterraneo, essendo sconosciuto ad Egizi ed Ebrei, mentre fu noto agli Etruschi in quanto, in alcune tombe della necropoli di Tarquinia, sono state trovate raffigurazioni di foglie di carciofo, dipinte sulle pareti. Tale autore, attribuisce l’opera di addomesticamento della specie “carciofo romanesco” proprio agli Etruschi. Le diffuse coltivazioni tra Civitavecchia e Tolfa sino alle vicinanze di Cerveteri e con le estreme propaggini a Sezze e Priverno, avvalorerebbero tali ipotesi.Le prime notizie della diffusione a Sezze risalirebbero a quando l’antica Setia fu trasformata in avamposto dai Romani, e di ciò ne fanno menzione Teofrasto (Historia plantarum), Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) e Columella (De rustica).
(28)- I più anziani ricordano che fino ai primi decenni del secolo appena trascorso, negli orti di Sezze veniva coltivata un’antichissima specie autoctona di broccolo bianco, tipo cavolfiore, con corimbo non molto grande e del peso medio di circa 500 – 600 gr. Ogni anno, da epoche remote, si lasciavano alcune piante per i semi dell’anno successivo, ma un mercato sempre più esigente e la necessità di una maggiore produttività, ne hanno decretata l’estinzione. E’ stato un vero peccato perché chi ha avuto modo di apprezzarlo, ha raccontato che era impareggiabile, al pari dei broccoletti di Sezze.
3- In giro per Setia tra case e botteghe
Asclepio ha un aspetto rude ma è persona colta e amabile; intuendo la nostra curiosità, rinuncia,cosa del tutto insolita,al quotidiano bagno termale e si offre di accompagnarci in giro per le strade di Setia, fino a raggiungere la sua domus (casa). Così scendendo da Porta Romana verso la Via Setina, abbiamo modo di ammirare l’Anfiteatro dove, ci racconta Asclepio, ostaggi cartaginesi con una rivolta fallita, tentarono di assalire i setini intenti ai giochi; più innanzi, alla nostra destra, il Tempio di Marte, luogo di culto con sacerdoti salii (29) e ancora oltre, a sinistra, il Tempio di Saturno con la porta dell’antica Via Setina. Notiamo che la città, nella sua espansione, ha sconfinato le antiche mura pelasgiche e si estende in pendenza verso l’antica Via Setina, esattamente nei luoghi che stiamo attraversando, tanto da dare a Marziale l’impressione di una “paendula Setia” (Sezze in pendenza). Dopo qualche centinaio di passi, la strada piega in direzione est, e mentre risaliamo non possiamo non notare alla nostra destra una parte della ridente vallata di Suso, ammantata di boschi e delimitata dalla catena dei Lepini con la maestosa Semprevisa. I nostri occhi corrono al Ponte della Valle e al Tempio degli Augustales, (30) che sovrasta una necropoli (31) e Asclepio ci racconta di un suo antico ed insigne collega di nome Teoxeno, un sex vir augustales,(32) medico e prefetto di Setia, sepolto proprio in questo luogo in una monumentale tomba. Ancora verso Nord, a lato della via Setina, si apre la grande Valle della Cunnula, la culla di Sezze, sui cui declivi sorgono alcune imponenti villae di chiaro stile romanico. Due larghi tratturi corrono sulle fiancate, uno sinistra, con diramazione sulla Via Setina conduce al campo inferiore, l'altro a destra verso la parte superiore dell’Antignana, passando a poca distanza dalle sottostanti preistoriche Grotta Jolanda e Riparo Roberto.
La strada appena imboccata conduce al centro della città con impianto urbanistico del castrum romano (quello medioevale fu costruito sul romano). Le case sono basse e non hanno finestre; qualche abitazione, soprattutto quelle adibite a bottega (taberna), dispongono al piano terra di un soppalco di legno, ma la maggior parte di esse sono degli angusti e malsani monolocali quasi delle baracche, senza servizi igienici, il più delle volte condivisi con animali da corte e qualche pecora. L’ unica fonte di luce è rappresentata da una minuscola finestrella quadrata ad un lato degli usci. Le vie ed i vicoli (vici) hanno tutti una pavimentazione in selce, sulla quale in prossimità delle colonnine paracarri, sono visibili due piccoli avvallamenti, uno per lato, che corrono paralleli come binari: sono i segni lasciati nel tempo dal transito delle pesanti ruote dei carri. Ovunque, sulle facciate delle case vi sono panni stesi ad asciugare e sui muri, di tanto in tanto, notiamo dei disegni rappresentanti enormi falli umani eretti ed edicole con all’interno gli stessi soggetti in stucco colorato di rosso. Ciò non deve destare meraviglia, perché secondo la cultura dei Latini, i peni eretti sono un simbolo di buona fortuna e se ne fabbricano con materiali diversi: alcuni, in bronzo, sono usati come campanelli (tintinnabula) e li vediamo sospesi con piccole catene sulle porte delle case e delle botteghe, dove è di buon auspicio sfiorarli con la mano per farli suonare ogni volta che vi si transita; altri, pur essi in bronzo, vengono addirittura portati al collo con una catenina, spesso associati ad un altro amuleto bronzeo che raffigura una mano chiusa a pugno, con il pollice infilato tra l’indice e il medio a simboleggiare l’atto sessuale. (33) Non a caso numerosi esempi di falli votivi sono stati repertati in tutti i luoghi di culto pagano. I corni di avorio o di corallo rosso che conosciamo oggi e che molti usano ancora come portafortuna, nascosti nelle tasche o nelle borsette o addirittura appesi al collo, non sono nient’altro che una trasformazione, attraverso i secoli, del pene eretto. Continuiamo il nostro giro in città attraverso le strade ed i vicoli. Ammiriamo diverse officine e numerose botteghe. Queste sono senza vetrine, perché nel periodo il vetro è troppo costoso e nessuno è in grado di costruirne lastre così grandi, pertanto le facciate delle taberne (botteghe) sono completamente aperte verso la strada, esattamente come accade in molte pescherie e negozi di frutta e verdura moderni. All’interno, le botteghe alimentari dispongono vicino la porta di un bancone in muratura per l’esposizione delle merci (mensa ponderaria), su cui sono scavati cinque o sei contenitori di forma circolare corrispondenti a unità di peso diverse; più in là una piccola e ripida scala in legno porta al soppalco, situato proprio sulla testa dei clienti, dove in poco spazio vive e dorme il negoziante con tutta la sua famiglia. Dagli oggetti appesi sulla facciata della taverna e da ciò che viene esposto in anfore o in cesti, si intuisce il tipo di commercio esercitato: incontriamo il fruttivendolo (pomarius), il commerciante di tessuti (vestiarius), il calzolaio (baxearius), officine per il maniscalco, per la costruzione di carretti e barrozze, per la lavorazione del bronzo e del rame(aerarius), per la fabbricazione di cesti in canna e vimini (manicuti e canistri), ma anche di manufattì in stramma come cestini, impagliature per sedie, gerle per la soma degli asini. Incontriamo persino un “bar “(popina), ma soprattutto le cauponae (una specie di snack bar), dove si trova e si consuma un pò di tutto: olive, uccelli allo spiedo, pesci in salamoia, pezzi di carne arrosto, frutta, dolci, formaggio, ogni tipo di spezie e l’immancabile garum. Non mancano neanche i venditori ambulanti di ogni genere di prodotto, tra questi numerosi i pescatori e granunghiari (34) che espongono davanti le loro case il pescato della palude. Ci addentriamo in uno dei vici della città che corre in leggera salita e culmina in una piazzetta. Bisogna stare molto attenti a circolare da soli in questi vicoli quando annotta, perché il rischio di rapina è molto elevato e spesso, per pochissimi sesterzi,(35) sono avvenuti delitti rimasti impuniti. Dopo aver incontrato alcuni uomini che facevano la fila di fronte a un lupanare, riconoscibile dal tipo di lucerna sull’architrave della porta, ci dirigiamo verso il centro, dove alcuni comodi gradini posti a lato di una bellissima domus, conducono all’Acropoli, la parte più alta della città, in cui sorge lo spettacolare e vastissimo Tempio di Ercole il mitico fondatore di Setia(36). La bellissima domus che abbiamo appena incontrato appartiene proprio al nostro amico Asclepio; guardandoci attorno ne scorgiamo altre ma quella del nostro amico ci sembra veramente la più bella. Nel frattempo si è fatta l’ora ottava (37) ed Asclepio, dominus squisito, ci vuole ospiti per la coena (cena); sappiamo da Plinio e Marziale che i banchetti di questi potenti sono abbondanti e lunghi ma il tempo a nostra disposizione sta per finire; tuttavia cediamo volentieri all'invito di visitare la splendida dimora.
Dei servi, sicuramente degli schiavi, alla battuta del batacchio aprono il portone e un ampio

corridoio (vestibulum) ci conduce diritti al cortile (hortus), cui fanno da corona delle magnifiche statue di bronzo dei Lari protettori della casa ed un bellissimo pergolato;(38) lo percorriamo per intero ed accediamo subito nell’atrio (atrium), nel cui centro si trova una vasca per la raccolta delle acque piovane, l’impluvium. Qui due servi ci invitano a sedere e dopo averci sfilato i calzari e lavati i piedi con acqua profumata, siamo pronti ad entrare nella casa a piedi nudi, come vuole la regola. L’atrio è il biglietto da visita del padrone: appesi alle pareti per suo lustro e gloria, ammiriamo i cimeli e i trofei che testimoniano il successo della sua attività; sui tavoli sono elegantemente disposti vari tipi di brocche, ceramiche, anfore, vasi d’oro e di argento, come un’esposizione di tesori. Questo ambiente è appositamente studiato per mostrare agli ospiti non solo le ricchezze ma anche le parti più importanti della casa: da esso si accede allo studio (tablinum) e alla stanza da letto del padrone (cubicola), ad una angusta cucina (culina) e infine al triclinium (la sala da pranzo), un vero e proprio tempio della convivialità dove i commensali, distesi su comodi letti a tre posti (triclinia) sono soliti consumare i pasti, in particolare la cena. Questo è il piano nobiles della casa ed è riservata al dominus (il padrone) e ai suoi ospiti; da qui una scala in marmo conduce direttamente al primo piano, dove si trovano le stanze delle donne della famiglia, compresa quella della padrona di casa. Anche questa domus è sprovvista di finestre per impedire l’accesso dei ladri, ma la luce ai vari ambienti è garantita da quella proveniente dall’atrio.
Note:
(29) I sacerdoti salii marziali avevano il compito di rivolgere lodi agli dei della guerra e condurre le danze per tutta la città,”cinti le vesti ricamate di cinture di bronzo; portavano sulla sommità del capo berretti conici con la punta in alto, chiamati apici. Essi avevano anche un collegio:chi lo presiedeva era chiamato maestro o capo dei salii, come troviamo presso Dionisio, Plutarco e Sesto Pompeo, il quale aggiunge che nella festa di Marte,vergini saliari, adorne di apici alla maniera dei salii, da questi assoldate, incidevano insieme a loro.” (c.f.r. P.M. Corradini- De civitate, et ecclesia setina ) I salii marziali andavano in corteo per la città battendo tre volte i piedi ad ogni passo, il tripodium, da cui deriva la parola tripudio.
(30)- Termini sepolcrorum ed epigrafi venute alla luce, testimoniano l’esistenza a Sezze dei collegi di sacerdoti augustali. Augusto non permise mai che a Roma si dedicassero edifici al suo culto, ma lo tollerò nelle province. L’Asia e la Bitinia dettero per prime l’esempio,cui seguì tutto l’impero; dovunque vennero eretti tèmpi,istituiti giochi solenni e collegi sacerdotali. “I tèmpi (di Augusto) erano comunemente più grandi di quelli delle altre divinità, giacchè un dio vivente li osservava. Le feste si celebravano in Agosto a cui aveva dato il nome, alle none di febbraio in cui fu nominato padre della patria ed il 23 settembre suo giorno natale.” Il tempio degli Augustales esisteva dietro la chiesa della Madonna della Pace e precisamente nella parte che fronteggia la nuova via. ( c.f.r. Lombardini, Storia di Sezze). Nelle vicinanze di questo tèmpio fu rinvenuta un’iscrizione bronzea frantumata, con i nomi dei sex viris augustales che “fu donata da alcuni concittadini che non avevano diritto” al seminario romano. Ciò provoco le ire del Lombardini che asserì che “ i frantumi dovranno rinvenirsi fra i ragnateli di qualche solaio o le muffe di qualche cantina!”
(31)- Quando Pio IX portò l’acqua a Sezze dalla Fonte dell’Oro, durante gli scavi per la conduttura, in località Croce Vecchia, apparvero avanzi di cadaveri ed una iscrizione frammentaria che ricorda C. Iulius sex vir Augustales letta e ricostruita dal Mommsen (C.I.L.N. 6464). Successivamente, in uno scavo privato, sulla sponda sinistra della Valle della Cunnula, dove erano “resti di mura antiche, furono trovate monete antiche di Giano Bifronte, della Repubblica raffigurata nella trireme e molti avanzi di statue di terra cotta. Apparvero anche resti di ossa umane quasi polverizzate ed un'altra iscrizione frammentaria…. E’ curioso che in un punto, tra le ossa, si trovò la testa di un cavallo insieme all’avanzo di una spada, il che fa ritenere che colà sia stato sepolto o sia caduto in guerra un cavaliere con il proprio cavallo.” (c.f.r. V. Tufo – Storia Antica di Sezze)
(32)- L’iscrizione che ricorda L. Quinctio Teoxeno medico e sex vir aug.(ustales) si trova nell’Antiquarium Comunale di Sezze; su di essa, dopo la sigla AUG. è scolpita in rilievo, la fronte di un tempietto nella quale sono riprodotti tre strumenti chirurgici: un trapano,un bisturi e una pinza. (c. f.r. L. Zaccheo – F. Pasquali, Sezze guida all’antiquario e ai maggiori monumenti- 1970).
(33)- c.f.r. Alberto Angela. – Una giornata nell’antica Roma- Mondadori, 2007. Queste simbologie sono le stesse che si trovano sui muri delle case negli scavi di Pompei
(34)- Con il termine dialettale “granunghiari” si intendono i pescatori di “ granunghi”, cioè di rane. La canna da pesca aveva come esca una lumaca o una zampetta di rana, ma nel periodo dell’amore venivano usate anche una o due rane femmine, legate pancia a pancia, alle quali si attaccavano tutti i ranocchi maschi dello stagno.
(35)- I sesterzi sono monete romane.
(36)- Il cardinale Corradini, che alla fine del 1600 ebbe modo di vedere i resti del tempio, lì definì “magnifica rudera” e scrisse che il Tempio di Ercole occupava “quasi la metà della città oggi esistente.”
(37)- L’ora ottava corrisponde alle ore venti
(38)- La descrizione della domus è fantasiosa, come pure il luogo dove è ubicata, ma ricalca l’architettura e la disposizione degli ambienti delle ricche case romane. Le stesse disposizioni le ritroviamo nelle case degli scavi di Pompei
4 – I cibi
Asclepio è un uomo ricco e potente e il cibo che egli consuma è ben diverso da quello della plebe così come è diverso il modo di consumarlo. I poveri, per mangiare devono arrangiarsi alla meglio e spesso, per mancanza di spazio nelle case, i pasti vengono consumati per strada: un pezzo di pane nero, qualche pesce in salamoia, una cipolla o due olive, accompagnati con acqua o vino di infima qualità. I pasti della giornata di norma sono tre: lo ientaculum o prima colazione, il prandium o pranzo di metà giornata e la coena (cena) consumata verso l’ora ottava in inverno e l’ora nona in estate. I primi due pasti non hanno una vera importanza, spesso l’uno o l’altro vengono saltati o consumati in fretta nei luoghi di lavoro o nelle cauponae ma la cena, in barba alle teorie dei moderni dietologi rappresenta veramente il pasto principale. I ricchi ne fanno un uso persino smodato: antipasti leggeri (gustatio o gustus) a base di verdure, olive, ostriche, funghi, porri, accompagnati da vino e miele (mulsum), poi cibi elaborati (ferculum) come “mammelle di scrofa farcite con ricci di mare”, “piedi di cammello con salsa di zafferano ed uova”, “fenicottero con datteri” e ancora pullus farsilis, lepus madidus, patina piscium, (pollo farcito, lepre in umido, padellata di pesci). Una caratteristica costante del cibo è l’alternarsi del dolce e del salato, sia nel dessert che nelle pietanze con esgerati condimenti, aromi e spezie. Non mancano abbondanti libagioni ai Lari. Il triclinium è una stanza molto grande, con pareti completamente affrescate da paesaggi agresti e scene mitologiche. Sui triclinia (letti a tre posti) vengono stesi materassi, coperte e cuscini ed i commensali vi si dispongono a piedi nudi, distesi su un fianco con il gomito sinistro poggiato su un cuscino. Tengono il piatto con la mano sinistra e usano la destra per portare il cibo alla bocca, mangiandolo direttamente con le mani (l'uso della forchetta è Rinascimentale). I servi, ad ogni cambio di pietanza,si precipitano a lavare le mani ai convitati. Solo in caso di cibi cremosi o liquidi vengono usati cucchiai di varie forme, tra i quali i più comuni sono la ligula (cucchiaio classico) e la trulla (il mescolo). Segue una secunda mensa, (noi lo avremmo chiamato “dessert”) ma nei grandi banchetti la cena continua con la commissatio, che consiste in un generale bevuta di vino basata su regole ferree stabilite di volta in volta, come ad esempio il bere tutto di un fiato tante coppe di vino per quante sono le lettere del proprio nome (i nomi erano veramente lunghi) e così via sino a notte fonda. Nonostante il vino sia allungato con acqua, spesso si finisce sbronzi. La cena è allietata da piccoli spettacoli, musica, canti e balli. Curioso e triviale è il “bon ton” a tavola: a parte il mangiare con le mani, ogni scarto viene gettato a terra, davanti e sotto o triclini. I rutti, poi, sono sempre attesi dai padroni di casa e costituiscono un segno di sincero apprezzamento delle pietanze; più questi sono numerosi, maggiore è la gratificazione per il dominus (il padrone di casa). Lo stesso dicasi per le flatulenze, che addirittura sono state a un passo dall’essere consentite per... legge, come aveva in animo di fare l’imperatore Claudio, quando apprese che un suo commensale aveva rischiato la vita per essersi “trattenuto” in sua presenza. (39)
Note
(39)- c.f.r. Alberto Angela -Una giornata nell’antica Roma – Mondadori 2007
5 - Il garum
La cucina dell’antica Roma ha reso famoso il garum in tutti gli angoli del suo impero, ma le origini di questa salsa sono da ricercarsi nell’antica Grecia. Infatti il termine “garum”è la latinizzazione del greco ‘γάρον’, un piccolo pesce dalle cui interiora ricavavano la salsa per i condimenti delle loro pietanze. Del suo impiego nell’antica Roma ce ne parla Plinio, Petronio e Marziale ma soprattutto il noto buongustaio Apicio, autore del De Re Coquinaria, citato dagli autori latini come grande amatore di banchetti e di elaborati manicaretti. Il garum, chiamato anche liquamen, è una salsa ottenuta dalla macerazione sotto sale di interiora di pesce, a volte di piccoli pesci interi, con olio, vino, aceto, pepe ed erbe aromatiche, lasciata a riposo per una notte in recipienti di terracotta e poi esposta al sole per due o tre mesi con la sola cura di rimescolarla di tanto in tanto per agevolarne la fermentazione. Quando la parte liquida si riduce, per via del calore del sole, viene filtrata a mezzo di un cestino (lo scolino di allora); la parte liquida del filtrato è la migliore, cioè il garum, mentre lo scarto, chiamato allec, è una salsa secondaria di minor pregio. Il garum è un liquido dall’aspetto chiaro e dorato, si conserva bene per lungo tempo in anfore o in vasi di alabastro e viene usato per condire parecchie pietanze,( un po’come accade oggi con il ketchup o la maionese). Il suo sapore, ai palati moderni, sarebbe sicuramente apparso nauseabondo, ma tale caratteristica, per certi versi, era riconosciuta anche allora. Marziale infatti, parlando in uno dei suoi epigrammi di un certo Papylus, un individuo repellente per la sua alitosi, dice che anche il più profumato degli unguenti, se l’avesse annusato costui, sarebbe diventato garum . Platone lo definì “putrido” e Plinio “feccia di cose in putrefazione”. Ancora Marziale, in un altro dei suoi epigrammi, parlando degli effluvi nauseabondi emanati da Taide (40), rincara la dose, dicendo che costei puzzava più di un pollo che marcisce in un uovo abortivo, di un cane morto e di un anfora viziata da garum corruptus (andato a male). Comunque, come abbiamo detto in premessa, il gusto del buono e del cattivo non è una caratteristica innata dell’uomo ed il garum, se opportunamente dosato in piccole gocce, è l’unico insaporitore conosciuto per i piatti di quest’epoca. C’è da dire inoltre, che al tempo dei Romani, la conservazione delle carni costituiva un grosso problema, di solito veniva salata e spesso cucinata al limite della putrefazione. Apicio, in uno dei suoi libri dell’opera citata, ci dice che per mascherarne il cattivo sapore non esisteva rimedio migliore che condirle abbondantemente di garum. L’industria di questa salsa era molto sviluppata in tutto il Mediterraneo, ognuno sfruttava il patrimonio ittico del proprio territorio ed è presumibile che così sia stato anche nella palude pontina, così ricca di vie d’acqua e di pesci . Era tuttavia opinione comune che i garum più pregiati fossero quelli provenienti dalla Spagna: avevano un prezzo più elevato ed erano importati via mare, con anfore recanti il marchio del produttore e l’anno di produzione. Eccellente, nella penisola, dovette essere il garum pompeiano, come è stato accertato che fosse nell’Officina degli Ombricii, tornata alla luce con gli scavi archeologici di Pompei.
Note
(40) - Taide è il nome di una meretrice, nota nella letteratura pagana, compare nella commedia Eunuchus del commediografo latino P. Terenzio nel II° secolo a.C.
6 – Il farro
Il farro fu introdotto dai Romani in tutta la penisola fin dal quinto secolo avanti Cristo, quindi in questo periodo trovò la sua diffusione anche a Setia. Si adatta bene a tutti i terreni, anche in quelli aridi e poveri ed è resistente a quasi tutte le crittogame, ma la sua poca resa e la facilità con cui i chicchi cadono a terra spontaneamente, prima del raccolto , fece sì che nell’epoca repubblicana, il farro fosse sostituito dal grano tenero, che nei terreni fertili dell’agro pontino trovava il suo habitat migliore, con una redditività di gran lunga superiore. Il farro per lungo tempo è stato considerato moneta di scambio e veniva usato persino come offerta nei matrimoni, ( conferatio). La sposa, durante la cerimonia, offriva al marito ed alla sua famiglia un dolce o del pane a base di farro, che veniva consumato prima dagli sposi e poi con tutti i familiari. In questo modo si suggellava non solo il vincolo matrimoniale della coppia, ma anche la solidarietà e il rispetto tra le rispettive famiglie. Il farro, veniva usato anche come dono propiziatorio alle divinità contadine ( mola salsa) sia sotto forma di chicchi che di farina miscelata con acqua e sale. A Cerere, dea dell’agricoltura, veniva offerto in modo integrale nel periodo della semina (feriae sementivae). I chicchi di farro sono ricoperti da una pellicola molto dura, difficile da togliere per questo motivo nacque l’uso di tostarlo, cioè di abbrustolirlo per liberarlo dalla buccia. Al momento di compiere questa operazione, gli antichi originarono una festa chiamata Fornacalia, dopo la quale si procedeva alla molitura, e con le farine ottenute ne facevano il puls (polenta) per il consumo quotidiano, ed il libum, la focaccia da offrire agli dei. Un altro motivo per cui le coltivazioni di farro furono abbandonate è stato per lo scarsissimo contenuto di glutine e per l’ elevato tenore di fibre; proprio per tale caratteristica invece, oggi gode di una rinnovata considerazione, come ingrediente di base per numerose diete alimentari .
7 - Il commiato da Asclepio
E’ l’ora nona ed è giunto il momento di accomiatarci. Asclepio, prima di salutarci ci chiede notizie del nostro tempo, in particolare cosa sia rimasto della loro opere. Anche se aspettavamo questa domanda, il nostro imbarazzo è stato fortissimo, perché avremmo dovuto parlare dell’incuria degli uomini, ma francamente ce ne è mancato il coraggio. Ci sarebbe tanto piaciuto dire anche che, grazie a quanto di queste opere ci è rimasto, Sezze, richiama numerosi visitatori e se non ci fosse stata l'incuria..... Anche la sua tomba, preservata dalle offese del tempo, rimane per noi un bene prezioso, al pari della magica denominazione che il popolo ha assegnato al luogo in cui riposa: “La pietra del tesoro”.
Tornati nel nostro tempo, conosciuto il passato, confidiamo nella realizzazione di un futuro che consegni alle nuove generazioni la storia di Setia, la nostra Storia, da proteggere ed amare.
OPERE CONSULTATE:
Angela A.- Una giornata nell’antica Roma – Mondadori Editore, 2007.
Bianchini A. - Storia e paleografia della Regione Pontina nell’antichità , Roma, 1939.
Bruckner E. C. - Forum Appii – da Tra Lazio e Campania, Ricerche di Storia e Topografia antica- Napoli.
Ciammarucone G. -Descrizione della città di Sezze, colonia latina dei romani , Roma, 1641.
Coarelli F. -Atti del convegno “La valle Pontina nell’antichità” Cori 13-14 -1985, Cons. Bibl.M. Lepini.
Corradini P.M.- De civitate, et ecclesia setina, Roma ,1702.
Corradini P.M. -Vetus Latium profanum et sacrum, Roma, 1705.
Incardona P. – Subiaco P. La palude cancellata, cenni storici sull’agro pontino, Novecento, Latina, 2005.
Lombardini F. -Storia di Sezze, Velletri ,1909.
Lugli G. -Ager Pomptinus, Ed.Unione Accademica Nazionale,1926.
Tufo V. -Storia Antica di Sezze, Veroli, 1908.
Venditti V. -La leggenda medioevale di Lidano d’Antena, Torino, 1959.
Zaccheo L. – Pasquali F. Sezze Guida all’Antiquario e ai maggiori monumenti, Sezze, 1970.
Zaccheo L.- Pasquali F. Sezze dalla preistoria all’età romana, Sezze,1972.
Zaccheo L. Sezze Documenti Epigrafici, Sezze, 1982.
Zaccheo L. Pietra Fango Stramma, Sezze ,1996.
Le tavole riprodotte nel testo provengono da P:M. Corradini, De primis antiqui Latii populis.., Romae 1748
IL RISCATTO DELLA DONNA DI SEZZE
1)- Cintrutella: donna virtuosa o infingarda ?
La donna di Sezze non ha goduto di una buona fama nel passato. Il Marocco nella sua opera “Monumenti e Chiese dello Stato Pontificio” del 1835 , dà il giudizio più duro: “ Merita biasimo l’ozio continuo in cui vivono, cosa stomachevole e cattiva, lasciando esse ai loro mariti le dure fatiche della campagna con una particolare indifferenza”. Gaetano Moroni, nel suo “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica” del 1854, riporta gli stessi giudizi del Marocco senza ulteriori approfondimenti.L’Abbate,nella sua “Guida alla Provincia di Roma” del 1894 afferma: “ E’ proverbiale la fecondità, come lo sono il loro ozio e la loro infingardia”.Meno duro il giudizio del Lombardini nella “Storia di Sezze”: "La donna di Sezze è di belle fattezze, armoniosa, ma tendente all’ozio” Questo verdetto storico, che per secoli ha infangato il ricordo delle nostre nonne, corrisponde a verità, oppure, come è facile pensare, fu inquinato da sentimenti ostili a Sezze? Probabilmente, gli autori citati si limitarono al “sentito dire” omettendo l’analisi delle condizioni socio- ambientali dell’epoca, analisi peraltro necessaria, per poter reintegrare la donna setina nel giusto ruolo di lavoratrice.I canti popolari dedicati a Cintrutella (1) nome e simbolo della donna di Sezze e le frasi d’amore che i nostri nonni le hanno cantato, “ Ti voglio guardà schitto per dirti ca su bella” e “Ridammi le carezze se no me moro” non possono essere stati ispirati dall’infingardaggine, nè tanto meno ci possono far ritenere che le nostre nonne siano appartenute ad una specie diversa. Questa cattiva fama della donna setina sembra che fosse molto diffusa anche nei paesi limitrofi, dove un antico proverbio, ancora oggi conosciuto, consigliava :“ A Sezze marìtatici ma nun ti ci assorà” (A Sezze fatti il marito ma non la moglie).
Un altro detto che testimonia il diffuso sentimento antisezzese “Figlio, nun te tolle na sezzese ca t’arovina! “ (Figlio,non sposare una sezzese perché sarà la tua rovina), lo ritroviamo nella pianura sottostante, abitata, in seguito alla bonifica integrale e al boom economico degli anni 60, da immigrati del Nord Italia e di Amaseno, Roccasecca dei Volsci, Vallecorsa (2), con il quale si consigliava ai figli di non sposare una setina perché non sarebbe stata la donna giusta per un agricoltore.
Le opinioni non erano diverse anche fra gli abitanti della vicina Conca di Suso; in questa zona, nella prima metà dell’ ‘800 si registrò una folta immigrazione di genti provenienti dal limitrofo Regno di Napoli (3), le cui donne, chiamate in seguito susarole, non persero occasione per raccogliere le accuse di infingardaggine alle sezzesi, le quali però , non rimanendone scalfite, accusarono, a loro volta, le susarole, di ignoranza e rozzezza.
Ma nonna Cintrutella non dovette essere caratterialmente dissimile da tutte le altre donne dell’epoca, forse fu addirittura migliore e, senza dubbio, più bella, come asseriscono gli stessi autori che l’hanno diffamata, non valutando opportunamente la realtà socio ambientale che caratterizzava la comunità di Sezze.
Lucia Del Duca - Foto del 1916
2) – Caratteristiche socio ambientali ed economiche di Sezze nel 1800
Il territorio inferiore di Sezze, la vera risorsa del paese, era per 2/3 paludoso (4); questo ambiente insalubre e malarico, rappresentava un grosso ostacolo agli insediamenti umani, per cui il nostro contadino, a differenza di altre realtà agricole, non abitava la campagna con la famiglia ma, come naturale, preferiva un rifugio più sicuro nel paese, in collina.Quella di abitare i paesi o i borghi era comunque una usanza comune a tutti i contadini del centro sud (5) per ragioni di sicurezza, ma laddove i luoghi erano malsani, come per la presenza di paludi, questa usanza diventava una vera e propria emergenza.Così, mentre da una parte si tutelava la propria salute e quella dei familiari, dall’altra si creavano grosse difficoltà per recarsi al lavoro, perché gli unici mezzi di locomozione erano le proprie gambe, mentre il cavallo, il mulo o l’asino rappresentavano un privilegio di pochi. Il territorio di Sezze, inoltre, prima della Bonifica integrale e della istituzione dei nuovi Comuni nell’Agro Pontino, era enormemente più vasto di come lo conosciamo oggi, pertanto, considerata la grande distanza, al pendolarismo si preferiva, soprattutto d’estate, il pernottamento, tornando in paese soltanto il sabato sera. Il ruolo principale della donna nella civiltà contadina in generale, era quello di crescere la prole ed accudire le faccende domestiche; la sua presenza nei lavori dei campi, se non dettata da particolari necessità, si concretizzava negli spazi di tempo che gli impegni domestici le consentivano e in quelle operazioni stagionali di raccolta che, seppure faticose, non richiedevano la forza fisica di altri lavori, come ad esempio cavare fossi con la pala, dissodare il terreno con la vanga, “toccare” l’aratro trainato da buoi ,ecc.A Sezze però, il fatto di non abitare la campagna, non permetteva alle nostre donne di utilizzare gli spazi di tempo da dedicare ai campi, per cui a degli osservatori poco attenti potevano sembrare oziose; a ciò avrà contribuito anche la loro abitudine di sedersi, nei pomeriggi estivi, lungo le strade ed i vicoli del paese. In realtà non era proprio così; infatti, tutti gli orti che si trovavano attorno alla cinta muraria del paese, ormai quasi tutti cementificati, venivano curati essenzialmente dalle donne, che sino agli anni ’50 vi coltivavano broccoletti, farzarape, fagioli, broccoli, misticanze di insalate, fichi, uva, e vi allevavano polli, conigli ecc, per venderli a Piazza d’Erba o per le altre vie principali del paese, spesso anche con servizio a domicilio, come faceva Pappinella, che aveva l’orto sotto Porta di Piano, e che veniva spesso a rifornire la mia famiglia. La cesa (6), o il pezzo di terra da coltivare era un privilegio di poche famiglie, e quindi, per la maggior parte delle donne non esisteva nemmeno la condizione dell’aiuto nelle dure fatiche della campagna, che però non veniva fatto mancare in tanti altri modi, come per esempio andando a servizio o a fare la bàlia presso le famiglie più agiate, o a fare le fornaie, le cariatòre (7), le sarte, le ricamatrici, ecc.Il lavoro domestico assorbiva le nostre donne molto di più di quanto possiamo immaginare oggi, anche se le esigenze di allora erano molto diverse rispetto ai tempi nostri.
La comodità del rubinetto dell’acqua nelle abitazioni era completamente sconosciuta e, se nelle case dei “camperi” e delle famiglie più ricche si disponeva sempre di una cisterna per la raccolta delle acque piovane, e in qualche caso addirittura di un pozzo “alla romana”, nelle altre si vivevano condizioni di estrema indigenza e la popolazione si arrangiava come meglio poteva. I bisogni corporali venivano fatti addirittura nelle vie secondarie del paese (durante la notte), come il Caùto e Vicolo della Speranza chiamato dal popolo, sino a metà Novecento, la Cacacciàra. Spesso l’unica alternativa erano le sorgenti fuori del paese, ed erano le nostre donne che si recavano a piedi, alla Fonte dell’oro o alle Fontane, con il concone o l’arciòla (8) portati con grande equilibrio sulla testa, protetta dalla coroglia (9). Anche il lavare i panni era un’operazione che richiedeva tempo, non solo per le distanze dalle fonti, ma anche per attendere il proprio turno. Un miglioramento delle condizioni di vita si ebbero solo quando Pio IX , nel 1866, portò l’acqua in Piazza De Magistris dalla Fonte dell’Oro. Accendere la legna per cucinare o solo per scaldare l’acqua a volte era un’impresa da cui si usciva, dopo vari tentativi, con gli occhi rossi e lacrimanti per il fumo, specialmente quando era fresca e stentava ad accendersi.L’arte del ricamo e del merletto era molto diffusa e la donna di Sezze, al momento del matrimonio, doveva portare in dote un raffinato corredo di lenzuola, asciugamani, federe, biancheria intima, tovagliati, fazzoletti che andavano da un minimo di 12 pezzi per singolo articolo, sino a 24 o 36 per le benestanti. Le figlie dei campèri (10) arrivavano addirittura a 48.Era naturale che tutto ciò richiedesse un lungo e paziente lavoro di anni, tanto che sin da bambine iniziavano a ricamare per prepararsi il corredo da sposa, con l’aiuto delle mamme e delle nonne. I corredi si preparavano con tessuti di canapa e lino locale; infatti nel nostro territorio si coltivava anche la canapa e il lino (11).Le piante di canapa raccolte, dopo la macerazione in vasche improvvisate nella palude, venivano portate in paese e alle donne era affidato il compito della scanapolatura, cioè di sfibrarle, sbiancarle e ricavarne i fili con cui tessere lenzuola, asciugamani, e persino tonache per sacerdoti o confraternite. I tessuti di canapa o di panno, erano resistentissimi, anche se un po’ ruvidi, e parecchie lenzuola e asciugamani sono arrivati sino a noi, passati in dote da madri in figlie. Uno degli ultimi laboratori per la tessitura della canapa,che qualche anziano ancora ricorda, era quello di Nèna Petricca in vicolo Apollo nei pressi della chiesa di S. Lorenzo.
3) - Il laboratorio di Nèna Petricca a S. Lorenzo.
Nèna Petricca, antesignana delle moderne donne imprenditrici, cominciò sin da bambina a lavorare la canapa e il lino con i fusi nel laboratorio paterno, che più tardi ereditò. Con la sua spiccata imprenditorialità, il laboratorio, che si trovava a Piazza S. Lorenzo alla confluenza con vicolo Apollo, divenne ben presto il più grande di Sezze e l’ultimo di cui resta memoria. I suoi telai si dice che occupassero un intero grande scantinato; molte ragazze vi si recavano per imparare l’arte ed alcune sceglievano di restarvi come lavoranti.
Nèna aveva fatto del suo laboratorio una ragione di vita, tanto che decise di non sposarsi e di non avere famiglia. Viveva sola, era una donna esile ma dinamica e coraggiosa e si dice che lavorasse persino di notte per far fronte alle numerose commesse di lenzuola, asciugamani e panni vari, ordinati come dote per le ragazze del paese. Fu devotissima a S. Orsola, perchè raccontava che questa santa le appariva spesso in sogno ed una volta le aveva addirittura predetto l’anno e il giorno in cui sarebbe deceduta. Avvicinandosi tale data, tre giorni prima, Nèna cominciò a curare il vestito che desiderava le fosse indossato da morta, estraendolo da una cassapanca di legno massiccio in cui era riposto da anni, e morì esattamente nel giorno e nell’anno indicato, nel 1938 all’età di 80 anni. La notizia della sua scomparsa fece subito il giro del paese e fu lo stupore generale, soprattutto del parroco di S. Lorenzo, Don Alfredo, che ben conosceva in confessione i sogni di Nèna e la predizione di S. Orsola.
4) – Conserve, tùteri e tutarùgli
Nella civiltà contadina si doveva fare come le formiche; infatti in estate, quando maturavano i frutti, si facevano le provviste per l’inverno, ma non sempre le scorte erano sufficienti sino ai nuovi raccolti, come non sempre questi, per colpa delle cattive stagioni, erano buoni, ed allora era veramente la fame. Le nostre nonne lo sapevano bene e non potevano permettere che i propri figli ne soffrissero, per questo era un continuo lavorìo a conservare la maggior quantità possibile di cibo, marmellate, olive, conserve di pomodoro, sottaceti, caciofini sottolio, fichi secchi , sciuscelle (carrube) ed essiccati come i pesci sottosale delle paludi, etcQuando in Agosto si stutarava, c’erano i tuteri da svagorà, ovvero le pannocchie di mais da sgranare, che gli uomini portavano in paese con i carretti, ed erano ancora le donne a compiere a mano questa opearazione. Il mais fu importantissimo nell’alimentazione umana, e a Sezze la pizza roscia (pizza rossa, fatta con farina di mais) costituiva il cibo di massa, perché il pane bianco fatto con la farina di grano, non tutti potevano permetterselo. I tutarugli (12) venivano usati “pe abbià i foco” (13) nel camino e con i sfògli (14) si facevano materassi e guanciali.. Non erano molto confortevoli ma sembrerebbe che i mal di schiena fossero meno diffusi di oggi. Le piume più tenere degli animali da corte, come degli altri volatili, servivano solo per i materassi e i guanciali di pregioGli indumenti per tutta la famiglia, in lana o in cotone, venivano pazientemente fatti a mano con i ferri ed ogni donna doveva imparare a farlo, soprattutto canottiere, maglie, calzini,calzette, scialli, ecc. I tempi di lavorazione erano lunghi perché per un paio di calzini occorrevano 30 ore di lavoro, mentre per una maglia di lana di taglia media, ne occorrevano 70. Chi era lenta o maldestra a lavorare con i ferri veniva derisa con questa filastrocca: "Ogni tre mìsci (mesi) na soletta, ogni tre àgni nà carzètta" (tre anni per fare una calzetta e tre mesi per i rinforzi del calcagno e della punta del piede).Le famiglie con una decina di figli rientravano nella norma e quelle poco numerose erano l’eccezione, perciò per le donne c’era veramente tanto da fare per portare avanti la famiglia! L’ozio era un lusso che soltanto poche signòre (15) si potevano permettere.
5) – A San Luca raddùca!
Destituita di ogni fondamento appare la storiella de gli orto mèio (quando era il momento di vendere i carciofi) e gli orto di marìtimo quando si doveva zapparlo.Nella stagione dei carciofi, la donna per aiutare il marito nella raccolta, si trasferiva con lui in campagna, nella rudimentale capanna di stramma (strame) (16).Durante la raccolta era la donna che ricacciava (17) i carciofi con il canistro (18) sulla testa ed era proprio il marito che le affidava il compito di incassare i soldi al mercato, confidando nella sua oculatezza.Un trasferimento simile avveniva anche a fine estate, nel periodo della vendemmia, quando non c’era nulla da incassare. Per la fiera di S. Luca ( 18 Ottobre), quando tutti i lavori autunnali in campagna erano ultimati, si ritornava immancabilmente in paese, rispettando il detto e un’antica tradizione : A San Luca raddùca !(19), anche per spendere parte di quanto faticosamente ricavato.Ricordo negli anni 60 e 70, le mogli dei numerosi coltivatori diretti, molte delle quali ancora viventi, recarsi con i propri mariti, quasi sempre con una Renault 4 (20), non solo per la raccolta dei carciofi in primavera, ma anche in altri mesi, soprattutto Agosto e Settembre, durante la campagna dei pomodori destinati allo stabilimento locale della Cirio, che, in quel periodo veniva effettuata interamente a mano. A scanso di ogni interesse ed equivoco, la Cirio e le altre industrie di trasformazione pagavano poco prima di Natale i pomodori conferiti dai produttori.
6) - ‘Ntina “la giacchetta”: un esempio di donna tenace e laboriosa.
‘Ntina “la giacchetta”, al secolo Clementina Tartaglia, nacque a Sezze nel 1866 e morì nel 1956 alla veneranda età di 90 anni. Era sposata con Francesco Di Rosa, meglio conosciuto in paese come Chicco Trambolotto, classe 1860, contadino. Chicco coltivava i carciofi “alle piaie” (21), in località Rotturno (22), alle cosiddette terre “ llà Sepia”(23), situate nel punto in cui oggi sorgono le case popolari a Sezze Scalo, nelle vicinanze dell’Ufficio Postale.In quei tempi, Chicco, poteva considerarsi benestante, perché aveva un mulo con cui effettuare lavori agricoli, anche per conto terzi, e un carretto per trasportare prodotti e spostarsi dal paese alla campagna. La coppia era serena ma non aveva figli, e per questo ‘Ntina, non avendo grossi impegni, spesso e volentieri si recava con il marito in campagna per aiutarlo nei lavori agricoli, non disdegnandone alcuno. Tante volte però veniva costretta a restare a casa proprio da Chicco, che, ritenendo le donne non adatte ad alcuni lavori pesanti, soleva ripetere “ ..zappàto da femmina e arratàto da vacca”, cioè il terreno zappato dalle donne era mal coltivato, come quello arato dalle vacche (e non dai buoi maschi castrati).Era il 1915 e l’Italia entrò in guerra. Chicco, come tanti, fu chiamato a servire la patria in armi. Il distacco della coppia fu veramente doloroso, forse non si sarebbero mai più rivisti e lui, in considerazione di tale eventualità, era più preoccupato per ‘Ntinta che per sè, tanto che tra un bacio e un abbraccio, con la voce rotta di pianto le consigliò di vendere il mulo e di dare i carciofi “alla metà” (24) a qualche contadino di fiducia, indicandogliene alcuni.‘Ntina gli rispose di non preoccuparsi per lei, ma di badare a sé stesso e soprattutto di fare molta attenzione, perché ella non desiderava altro che il suo ritorno, avesse dovuto aspettarlo per tutta la vita.La donna , forte di carattere, non si perse d’animo e non prendendo in considerazione la vendita del mulo, si mise a coltivare i carciofi e il granoturco del marito con l’aiuto saltuario di un cugino. Nottetempo, si alzava alle due, caricava sul mulo alcune sacchette di granella di granoturco che aveva sgranato nei giorni precedenti, e, dal paese si recava al mulino ad acqua della famiglia Del Duca, vicino la sorgente dell’Acquapuzza, nei pressi di Sermoneta. Al ritorno, in paese trovava sempre qualcuno disponibile ad acquistare la sua farina, richiestissima.Passarono due lunghissimi anni, senza avere più notizie l’uno dell’altro; le comunicazioni con il fronte erano impossibili.La guerra terminò con la vittoria, e Chicco, assegnato dall’esercito a presidio dei ponti nelle retrovie, tornò felice dalla sua ‘Ntina, sebbene rassegnato a dover ricominciare il suo lavoro tutto daccapo. Indescrivibile la gioia di poter finalmente riabbracciare la moglie, gli sembrava un secolo, ma grande fu la sorpresa quando ritrovò il mulo a ruminare la biada dentro la sacchetta appesa al collo, e seppe che il campo dei carciofi “ alle piaie,” non solo era stato ben coltivato, ma aveva fruttato, insieme al granoturco, un bel gruzzolo di soldi, che ‘Ntina, aiutata dalla sua tenacia e dalle buone stagioni, era riuscita a mettere da parte, per la felicità di entrambi.
7) - Conclusioni
I fatti narrati, rendono giustizia a Cintrutella, donna bella, un po’ ambiziosa, ma non oziosa. Essa è stata raccoglitrice, contadina, operaia, balia, fornaia, venditrice, tessitrice, ricamatrice ma soprattutto madre operosa e amorevole.
Note 1) – Cintrutella è il diminutivo dialettale di Geltrude. A Sezze erano diffusissimi i seguenti nomi: Lillo, Peppo (nelle sue varianti di Pappino, Pappinello e Pappineglio), Toto, Ndina, Ndona, Ndruta (o ancheTuta), corrispondenti in ordine a Lidano, Giuseppe, Salvatore, Valentina, Antonia e Geltrude. Numerose anche le Maria e le Giuseppa , queste ultime chiamate in dialetto Pappinella.
(2)- Attratti da una migliore qualità della vita, con il boom economico degli anni 60 molti contadini di Sezze cambiarono attività e vendettero la loro terra a pastori provenienti soprattutto dalle valli di Amaseno, Roccasecca dei Volsci, Vallecorsa, che qui trovarono terreni fertili ed irrigui per un’agricoltura più ricca
3)- La popolazione di Suso provenne nei primi decenni del 1800 dalle zone povere del Frusinate, nel Regno di Napoli, in cerca di migliori condizioni di vita. Queste genti furono in seguito chiamate dai sezzesi susarògli e le loro donne susaròle(
4)– Tufo Vincenzo – Storia antica di Sezze – Veroli 1908
(5)– Inchiesta agraria Jacini – Atti della Giunta, Vol XI, pag. 120
(6) – La cesa (dal latino coesa, ceduta), era un pezzo di terra di modesta superficie, ceduta dalle parrocchie o confraternite con contratto di colonia, dietro pagamento di un canone,quasi sempre in natura, chiamato anche livello, dal latino libellus (libretto), perché il corrispettivo veniva annotato dalla parrocchia proprio in un libellus.
(7) – Le cariàtore trasportavano sopra la testa, a mezzo di cesti oppure di spase, i prodotti che le si affidavano per il trasporto. Le più note sono quelle che trasportavano i prodotti del forno (fornara cariàtora) o più semplicemente (cariatòra)
(8)- Il concone era un recipiente per l’acqua in rame, a forma di clessidra, con due grandi manici ai lati . Ad esso si associava un mestolo , chiamato scolamarèglio, per prelevare l’acqua. L’arciòla o rocciòla era invece di coccio, a forma di cuore, ma con base piatta, aveva un becco per versare l’acqua e due manici laterali per favorire la presa.
(9) – La coròglia (corolla) era costituita da un panno o anche un indumento, tipo maglietta, che veniva arrotolato a forma di corolla di un fiore e posto sulla testa per evitare lesioni e attutire la durezza dei pesi trasportati, come canestri, spase, stagnarole, ecc.Per porli sulla testa, spesso c’era una richiesta di aiuto ad una persona vicino: Aiutame a ‘mpòne!
(10) – Campèri erano coloro che disponevano, a qualsiasi titolo, di estesi campi da lavorare, della conoscenza delle pratiche agrarie e dei capitali necessari, per condurli e pagare le spese della manodopera.
(11)- Inchiesta agraria Jacini – op. citata
(12) – I tutarùgli era ciò che restava delle pannocchie di mais dopo averle sfogliate (dagli sfògli) e sgranate.
(13) – Abbià i fòco: espressione dialettale che significa “ avviare il fuoco” o accendere il fuoco. Sfogli e tutarùgli avviano il fuoco meglio della carta
(14) – I sfògli sono la parte fogliosa che protegge la pannocchia di mais. Quando il mais è secco, i sfogli diventano come la carta.(15) – Le signòre erano le donne borghesi, o nobili e comunque appartenenti alle famiglie più abbienti,( notabili del paese, ed in qualche caso grossi campèri e bovàri). Erano facilmente distinguibili per strada per i loro abiti raffinati e completamente diversi da quelli delle popolane. Ci si rivolgeva loro, in segno di rispetto, anteponendo al loro nome il titolo Sora (romanesco di signora), come ad esempio Sora Vitruvia, Sora Flavia, ecc. E’ da notare come anche i loro nomi differissero da quelli delle popolane.
(16) – Luigi Zaccheo - Pietra Fango Stramma - pag 64 – Ed. Novecento, 2006
(17) – Ricacciare un prodotto significa portarlo ai limiti di un campo o in altro luogo dove può arrivare e sostare un mezzo di trasporto, per poterlo caricare.(
18) – Canistro sta per canestro. Era un cesto fatto di canne e vimini e veniva portato comunemente dalle donne sulla testa, mentre gli uomini lo trasportavano a spalla. Un canestro “a pieno carico” superava spesso i 60 Kg .Oggi è rarissimo vedere una donna con un canestro in testa o un uomo portarlo a spalla, non solo per la legge 626 sulla sicurezza del lavoro, ma anche perché non ci sono più persone disposte a farlo.
(19) – Raddùca sta per raddùco (ritorno a casa). Il modo imperativo probabilmente ha lo scopo di forzare la rima con San Luca, ma il detto tramandatoci è proprio così.
(20) – La R4 era la classica auto dei coltivatori di Sezze, perché oltre ad essere economica e spartana, aveva u n baricentro piuttosto alto che le permetteva di superare agevolmente le asperità dei stradoni di campagna, ed in più aveva un pianale di carico piuttosto piano e sufficientemente capace (ribaltando i sedili posteriori), che permetteva di caricare e scaricare dal portellone posteriore sacchi di concime o altre cose, senza la difficoltà e lo sforzo di sollevarli dal pianale.
(21) - Le piaie sono terreni alluvionali pietrosi.
(22) - Rotturno è storpiazione dialettale di "Notturno" per via dei venti notturni che spirano nella zona, provenienti da nord est, dalla cosiddetta Valle della Cùnnula.
(23) – La Sèpia era probabilmente il nome o soprannome dei proprietari.
(24) - Dare la terra “alla metà “ significava concedere un appezzamento di terreno ad un contadino o colòno, che si impegnava ad eseguirvi tutti i lavori manuali, dalla semina alla raccolta, dietro corrispettivo, in denaro o in natura, della metà dei prodotti ottenuti dal fondo. L’ampiezza dell’appezzamento doveva essere adeguata alla capacità di manodopera che il contadino e la sua famiglia era in grado di prestarvi.
Un agricoltore racconta la storia di Sezze, la rivisita e ne modifica e stravolge aspetti che sembravano consolidati? Si, è proprio così; infatti la storia l’abbiamo fatta noi, analfabeti ed incolti, ma sempre in prima linea, mentre a scriverla sono state le retroguardie blasonate e borghesi, erudite, facoltose e clericali, che guardavano gli avvenimenti secondo un ottica selettiva e con interessi contrapposti a quelli della povera gente, che non sapeva e non poteva difendersi dalle accuse e, tanto meno, replicare perché non in grado di leggere e di scrivere.
Proprio come la terra : da una parte esisteva il latifondo con i proprietari nobili, borghesi o clericali con le loro rendite parassitarie, e dall’altra noi contadini che alla terra abbiamo profuso le nostre fatiche, abbiamo apportato migliorie per farla produrre e ricavarne, non sempre, di che vivere.
Un antico proverbio locale “quando Del Duca ha sete Maratoce sta appicciato” starebbe a testimoniare la matrice agricola della mia famiglia ed il suo radicamento nel territorio di Sezze.
Ho conosciuto questo proverbio quando, poco più che adolescente, mio padre parlandomene mi confermò la sua esistenza già ai tempi di mio nonno Ndruccio (antico diminutivo dialettale di Alessandro) classe 1858, che ovviamente non ho conosciuto.
Incuriosito e desideroso di conoscere la storia della mia famiglia e della sua terra cominciai già da allora a raccogliere appunti e notizie su ogni antenato, inquadrandolo nel periodo storico in cui era vissuto. Fui aiutato in questo dalla testimonianza di mio padre e dei miei zii, ex campèri e bovari, proprio come mio nonno ed il mio bisnonno Vincenzo (classe 1830).
Cominciai a frequentare archivi, a prendere appunti, studiare, verificare storia ed eventi, il tutto nell’arco di quaranta anni e nei pochi ritagli di tempo che il mio lavoro di imprenditore agricolo mi concedeva.
Il fatto sorprendente che da subito mi colpì, fu, come, sin dalla fine del settecento, quando Pio VI bonificò le paludi pontine, a tutto vantaggio del grande latifondo e nulla per i contadini, le vicende storiche della mia famiglia, si intrecciassero con quelle di Sezze, di cui è stata protagonista non solo per aver dato lavoro a 500 braccianti del luogo, ma anche per averne condiviso le disperate condizioni di vita, le lotte contadine, le dure fatiche per dissodare e rendere coltivabili terreni altrimenti paludosi, gli usi, i costumi, le tradizioni , le biodiversità, i mezzi di produzione e l’organizzazione di quella che fu la nostra civiltà contadina, una civiltà in cui tutti affondiamo le radici , che è parte integrante della storia e della cultura del nostro popolo e che, proprio per questo, non può e non deve essere dimenticata.
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